In difesa di Roberto de Mattei

cristianesimocattolico:

di Fabrizio Cannone

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Pochi giorni fa, padre Livio Fanzaga, stimabile e dinamico direttore di Radio Maria, ha deciso, in modo a dir poco inatteso, e con ragioni risibili e ben poco convincenti, di cacciare il professor Roberto de Mattei dalla sua numerosa e importante equipe di collaboratori. Il sito internet che fa capo allo storico romano, Corrispondenza Romana, ha pubblicato sia la lettera di padre Fanzaga che la risposta, di ben altro spessore, del professor de Mattei.

Certo, siamo nell’ambito del contingente e resta sempre opinabile la scelta di un direttore di avvalersi o meno di un collaboratore, per quanto pregiato possa essere. Ciò che però appare secondo noi assai meno opinabile è la ragione invocata da padre Livio per il licenziamento, ovvero la presunta poca consonanza dell’editoriale pubblicato da de Mattei il 12 febbraio 2014 con la linea pastorale di Papa Francesco. Facciamo semplici considerazioni storico-critiche più che dottrinali per aiutare i nostri lettori ad orientarsi nel mare magnum delle opinioni varie e contrastanti che fatti come questo suscitano sempre, specie sul web e sui social network.

  1. Oggi, e padre Livio questo lo sa benissimo, anzi è uno dei rari preti italiani a denunciarlo, sono innumerevoli le prese di posizione poco ortodosse da parte del clero, alto e basso, e a volte altissimo. E nessuno, proprio nessuno (incluso il Romano Pontefice) dice nulla. Pare quasi che essere a favore degli anticoncezionali, dell’eutanasia o della legge 194, come espresso tante volte da membri del clero o del laicato cattolico, sia meno grave che criticare, che so, gli esiti balordi dell’ecumenismo, della riforma liturgica (con le chierichette che danno la comunione alle attempate signore) e dell’andazzo mondano della Chiesa attuale. Ma questo non è vero. Se non viene censurato l’errore, e chi lo diffonde, perché mai dovrebbe essere censurato chi lo denuncia? Sarebbe contro e l’equità e la misericordia.
  2. Da molti decenni ormai, ma con una notevole accelerazione dopo il Vaticano II, i teologi del cattolicesimo (a volte con la porpora), seguendo i teologi del secondo protestantesimo, hanno detto e scritto di tutto contro la cosiddetta “obbedienza cieca” che vigeva, a lor dire, nei secoli bui della cristianità, specie da Trento in poi (per inciso il beato Rosmini, seguendo san Tommaso, dimostrò in sapienti pagine quanto l’obbedienza cieca sia in realtà luminosissima). Ebbene, mentre si fa questo e si esalta la disobbedienza eretta a principio – magnificando un falso profeta come quel don Milani che scrisse “L’obbedienza non è più una virtù” – si pretende una obbedienza illimitata solo da coloro che vorrebbero una vera riforma della Chiesa, nella ripresa della sua più profonda e più universale Tradizione. Esempi recenti abbondano. Sull’Osservatore Romano un sacerdote loda sperticatamente un autore censurato da Giovanni XXIII nel 1962, senza accorgersi della disobbedienza formale che sta compiendo, ma poi criticare il linguaggio di Papa Francesco, o i suoi particolari modi espressivi, o le sue abilità retoriche, o il suo approccio generale al mondo (cf. i due ottimi contributi di Pietro de Marco e Alessandro Gnocchi su Catholica, 122, pp. 36-50) è visto come una mancanza di sensus Ecclesiae.
  3. Proprio il professor Roberto de Mattei nel libretto Apologia della Tradizione (Lindau, 2011) ha fatto un elenco significativo ma certamente incompleto del numero dei santi e delle sante che, durante la loro esistenza, ebbero a sollevare critiche, a volte pesanti, ad alcuni Vicari di Cristo, e/o all’andamento della religione in un particolare momento storico. Senza quei sollevamenti diciamo così dal basso la Chiesa sarebbe sprofondata chissà dove e le tenebre della storia avrebbero nascosto agli occhi del mondo la sua persistente (ma a volte evanescente) santità. Padre Pio, perseguitato, tacque, è vero: ma avrebbero avuto ragione coloro che avessero combattuto l’iniqua persecuzione romana o coloro che silenti l’avessero sostenuta
  4. L’argomento ad hominem è il più debole, ma qui è perfettamente adeguato. Padre Livio fonda il suo indubitabile zelo per il Signore e la sua Casa su una fede mariana invidiabile, ma anche sul riconoscimento della veridicità storica delle apparizioni di Medjugorie. Ma fino ad oggi queste apparizioni non sono state ancora approvate da Roma. Con quale autorità allora pretende di ergersi a paladino della romanità e del papato se lui per primo almeno in un punto, fondamentale per Radio Maria, non ha atteso il giudizio della competente autorità della Chiesa, ma l’ha scavalcato?

Caro Padre Livio, sono 20 anni che ascoltiamo la tua voce dalla radio di casa e hai contribuito non poco alla nostra crescita spirituale (mia, intendo, e dei miei) ma stavolta per un eccesso di zelo, tipico però di chi è un poco frettoloso nell’approfondimento dottrinale scientifico, hai sbagliato avversario. Avresti dovuto tenerti stretto il professor Roberto de Mattei. Si possono discutere in famiglia – e in Ecclesia – mille punti di vista e mille sfumature, ma guai a prendere gli amici per nemici, o i nemici per amici…

© CAMPARI E DE MAISTRE

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