Travestiti riflussi del modernismo. Dai poveri secondo il Vangelo ai poveri secondo il buonismo

È evidente che la Chiesa cattolica ha un mistico fondamento nella povertà dei santi nascosti in Dio, mentre ha il dovere di soccorrere la povertà materiale senza giudicare gli eventuali vizi del povero. Disgraziatamente la confusione delle due povertà circola fra i neomodernisti ed ispira teologiche acrobazie, aperture al culto del trasgressore abituale e perfino concessioni al malavitoso.

di Piero Vassallo (30/01/2014)

Ebbe origine il modernismo dallo spavento teologico generato dalle mitologie laiche, in deliziosa/fulminante circolazione tra la fine del beato XIX secolo e il trionfale inizio del secolo sterminato.

I modernisti di prima generazione vissero con cuore bifido e agitato l’angoscia da sorpasso e cercarono, in qualche modo, di allontanare la Chiesa cattolica dall’armoniosa tempesta sollevata dalle sentenze dei vincitori presunti ma cantanti e gaudenti.

La voce dei nuovi profeti declinava i messaggi della storia invincibile/incombente: “dopo Kant la metafisica è impossibile”, “Hegel dimostra che Dio si identifica con la storia e con il pensiero degli uomini”, “Comte annuncia l’era della scienza trionfale e felice”, “Bergson enumera le ragioni dell’evoluzione creatrice”, “nel balletto Excelsior la luce elettrica allontana le tenebre cattoliche” ecc.

Al suono del can-can sanguinario, sulla luminosa scena irruppe il socialismo reale e robusto.

I modernisti più avanzati e accorti, Alfred Loisy ed Ernesto Bonaiuti, ad esempio, aderirono processionalmente al canto di Bandiera rossa.

Se non che l’ostinazione della Chiesa gerarchica non approvò neppure uno degli acrobatici passaggi modernistici, anzi sconfessò e spretò gli animosi e gli impazienti, lasciandoli alle proverbiali braghe di tela.

Per far avanzare l’edificio ecclesiastico verso il mondo moderno fu necessaria una nuova e più sottile ingegneria del conformismo.

Sulla cattedra dell’aggiornamento salì il mutante Jacques Maritain, cauto inventore di un umanesimo integrale, nebbiogeno e sdrucciolevole.

Interprete politico della filosofia maritainiana, l’impavido Alcide De Gasperi scriveva: “Quale può essere l’immagine prospettica di un cristianità nuova? Essa corrisponderà non più ad una concezione sacra, ma ad una concezione profana cristiana del temporale e si fonderà su di un umanismo integrale teocentrico”.

Poco più avanti il pio statista trentino rispondendo alla domanda sul natura della nuova cristianità, precisava (con perfetta acrobazia) che “se non potrà più essere, come nel medio evo, la realizzazione per mezzo dell’uomo di un’opera divina sulla terra, sarà almeno la realizzazione di un’opera umana da attuarsi sulla terra per il passaggio di qualche cosa di divino” [1].

Prima con circospezione, in seguito rumorosamente i neomodernisti di parrocchia diedero inizio alla stagione delle aperture al pensiero moderno, che, sosteneva il Beato Giovanni XXIII, stava correggendo i suoi errori… nell’arcipelago Gulag .

Sessantotto: trombe, inni alla felicità incombente, stormir di bandiere, allegri lanciatori di bombe Molotov, boy scout festanti e sculettanti, preti di dialogo e di avventura, monache d’assalto, diluvio di teologie nuove e di antichi deliri.

All’improvviso cadde il muro di Berlino e i figuranti cattolici si resero conto che il Moderno era uscito di scena per sempre.

Il mondo, oggetto di incaute ma gaudiose esplorazioni paracattoliche, si era rovesciato nelle tossiche malinconie del Postmoderno e della filosofia secondo Heidegger e i francofortesi.

Il cardinale Joseph Ratzinger tentò di svegliare i dormienti cattolici annunciando l’avvenuto deragliamento: «Non molto tempo fa un’espressione come mestizia di questo mondo appariva oscura, anzi irreale, ché sembrava che i figli di questo mondo fossero molto più allegri dei credenti. Oggi che le promesse della libertà illimitata sono state guastate completamente, incominciamo a comprendere di nuovo l’espressione mestizia di questo mondo».

Smaccati ma non domati i neomodernisti arretrarono, attestandosi sulla nuova, vaga e ultima linea di difesa: il buonismo indirizzato ai poveri.

Va da sé che i poveri esibiti sull’ultimo e disperato palcoscenico modernista sono oggetto di un’abile e inavvertita flessione teologica.

Il buonismo, infatti, abbassa la povertà spirituale (“impossibile presso gli uomini, possibile presso Dio”, Mt. 19,26) appiattendola sull’indigenza materiale o addirittura sulla miseria dei viziosi e dei deragliati.

Ora è evidente che la Chiesa cattolica ha un mistico fondamento nella povertà dei santi nascosti in Dio, mentre ha il dovere di soccorrere la povertà materiale senza giudicare gli eventuali vizi del povero.

Disgraziatamente la confusione delle due povertà circola fra i neomodernisti ed ispira teologiche acrobazie, aperture al culto del trasgressore abituale e perfino concessioni al malavitoso.

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La teologia d’avanguardia si trasforma in piattaforma della baldoria. Elaborazione paolina, la redenzione per mezzo della Croce è sostituita dalla redenzione per mezzo dell’indulgenza a priori. La pia gazzarra ai funerali di don Andrea Gallo, infine, rappresenta la modernizzazione del povero e l’esemplare miseria della teologia dei Mimì.

NOTE
[1] Cfr.: “I cattolici all’opposizione”, Laterza, Bari 1955, pag. 373 e 375.

© RISCOSSA CRISTIANA

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