Alberi con le palle e catechismo ignorato

A Milano avevano esposto un albero di Natale decorato con preservativi e vibratori, sponsorizzato da un sex shop. Lo hanno rimosso. Ma lo sponsor ritiene che non ci fosse nulla di male. E una delle titolari di quella ditta è cattolica. Ma che catechismo insegnano?

di Rino Cammilleri (14/12/2013)

Il fatto: a Milano, nel centralissimo Corso Como, una delle principali vie dello shopping meneghino, il Comune ha concesso a una ditta da poco costituita di poter farsi pubblicità allestendo un grande albero di Natale per la gioia dei passanti. La quale gioia però si è tramutata in sconcerto quando i destinatari del “dono” hanno visto i decori dell’abete: vibratori falloformi, sex-toys e altre amenità del genere, tutte rigorosamente rosso-natalizio. Ci sono anche le palle (però bianche), che tuttavia, dato il contesto, possono assumere valenza equivoca.

Il Comune, pur guidato da una giunta di sinistra, ha deciso di farlo rimuovere perché neppure al laico Pisapia la trovata sembra in linea col Natale. La formula giuridica del recesso comunale è questa: l’albero piazzato sulla pubblica strada è diverso da quello pattuito. La ditta sponsorizzatrice ha, sì, ammesso di aver chiesto un permesso generico, ma i funzionari comunali hanno ben visto che l’azienda richiedente era un sex-shop; dunque, non ci voleva molta fantasia per immaginare come sarebbe stato guarnito quell’albero. Vien da dare ragione, però, al Comune: tu, che vendi gadget erotici, mi chiedi il permesso di farmi pubblicità tramite un pubblico abete natalizio e io, correttamente, suppongo che tale pubblicità si limiti al nome dell’azienda, non che consista in vibratori appesi ai rami. Dunque, data la particolare intenzione della ditta in oggetto, quest’ultima avrebbe fatto bene a chiarire subito, a scanso di equivoci, che razza di albero di Natale aveva in animo di erigere. Così non è stato, da qui la sorpresa e le proteste.

In effetti, se uno va a fare spese in Corso Como col bimbo e quest’ultimo (che nulla –ancora- sa delle direttive Oms e della risoluzione Estrela) gli chiede che cosa rappresentino quelle strane decorazioni sull’albero, il papà in questione si trova magari in un certo imbarazzo e, per sicurezza, porta il pupo al Disney-shop di Corso Vittorio, dove almeno troverà un Natale-Natale e al diavolo Corso Como con le sue “sorpresine”. Di ciò i commercianti di quest’ultimo Corso non saranno grati. Partita la raffica di interviste sull’intera faccenda, si registrano la contrarietà all’abete vibrante dell’europarlamentare Carlo Fidenza dei larussiani Fratelli d’Italia. Mentre del tutto favorevole è Giulio Gallera, coordinatore cittadino di Forza Italia. Il che in parte spiega perché Alfano e altri cattolici abbiano deciso di prendere le distanze dalla componente “laica” dell’ormai ex Pdl.

Tra le interviste, la più singolare è quella che la giornalista Elena Gaiardoni del «Giornale» (13 dicembre) ha fatto a una delle tre socie dell’azienda al centro della polemica. Questa, lamentando la rimozione, ha concluso: «E poi non vedo cosa ci sia di male nel presentare vibratori appesi ad una pianta». Sì, ma la pianta è un albero di Natale esposto in luogo pubblico, da qui la domanda: «Li metterebbe nel presepe?». Risposta: «No, perché sono credente». La risposta è esatta. E concediamo pure che l’abete è una tradizione nordica, probabilmente pagana e di sicuro luterana. Ma la giornalista, dovendo occuparsi solo di una polemica cittadina, non aveva spazio e nemmeno interesse a porre la domanda numero due: «Com’è che lei, credente, produce e vende vibratori?». Anche se lo avesse fatto (ma non è questo il suo mestiere), probabilmente si sarebbe sentita rispondere: «E che c’è di male?».

Il che ci porta lontano. Ci porta all’ignoranza del catechismo e della morale cattolica. Ci porta a una predicazione sempre più generica e vacuamente buonista. A un «annuncio», doverosissimo, cui però non segue un’adeguata istruzione, forse per timore di perdere adepti. Qualche tempo fa, in una puntata di «Porta a porta» dedicata al nuovo Papa e alle sue supposte “aperture” ai divorziati risposati, uno di questi, intervistato (una donna, per l’esattezza), mostrò un Cristo tatuato sul suo braccio, significando che lei era credente, credentissima. Ma nessuno dei monsignori in studio fece notare a Bruno Vespa che quella persona incappava a pieno titolo nell’ammonimento evangelico: «È inutile che mi chiamate Signore se poi non seguite i miei insegnamenti». Già: quel che conta è non scontentate nessuno. Certo, un lucignolo ancora fumigante è meglio di uno del tutto spento. Ma anche il fumigante si spegnerà se non ci si soffia sopra, e questo nessuno degli addetti ai lavori pare aver voglia di farlo.

Per tornare all’abete milanese, la «credente» sponsor forse ritiene inutile confessarsi. O forse, se lo fa, il suo confessore non ritiene opportuno chiederle che mestiere faccia. Oppure, infine, al suo confessore basta che i penitenti non evadano il fisco e non inquinino l’ambiente. Sono questi, infatti, i «peccati» alla moda. Il sesso? È sempre «amore». Come dicevano Cicciolina e Moana. E come dice Obama.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

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