Francesco spara a zero sulla Tradizione e glissa sui temi caldi di drammatica attualità

Durante una chiacchierata con i 70 giornalisti a bordo del suo aereo, di ritorno da Rio, il pontefice ha detto: “Tutte le lobbies sono qualcosa di sbagliato, ma se una persona è gay e cerca Dio, chi sono io per giudicarla?” 

Una frase assurda, perché sembra dimenticare di essere il papa e di dovere indicazioni ai credenti sui temi di morale oltre che di fede. Anche perché non condanna ma, al solito, omette. Solo la lobby è immorale, ma dell’atto contro natura non si parla? C’è un cambiamento d’accento che non può non avere ripercussioni nel ‘sentire’ comune. Egli sembra anche  molto attento a non pronunciarsi su certi temi, come la difesa della vita e le gender theories che si stanno imponendo. Eppure a Rio aveva tre milioni di giovani davanti a sé. E se – come ha dichiarato – voleva mandar loro messaggi positivi, di questi tempi quale messaggio più positivo poteva esserci, potendolo fare proprio davanti a loro, di quello della difesa della vita e della famiglia naturale rispetto alle innaturali unioni omosessuali, le derive conseguenti e le loro ripercussioni sull’intero genere umano, derive già introdotte in molti Paesi e incombenti sul nostro ? Ha dichiarato di voler lasciare le questioni politiche ai vescovi. Ma ad essi appartiene una giurisdizione locale. Quella Urbi et Orbi, universale, appartiene a lui e a lui solo! Inoltre non si tratta di questioni politiche anche se in questo momento esse, più che dibattute vengono imposte proprio nell’agone politico. Si tratta di questioni morali, che discendono da una fede retta che va proclamata e difesa per chi ancora è disposto ad accoglierla. Mentre, espresso da lui, un retto ‘sentire’ al quale non sono trasversalmente estranei molti uomini di buona volontà, non farebbe che incoraggiarne autorevolmente le posizioni, insieme a quelle dei credenti, divenute sempre più coraggiose e irte di difficoltà.

Inoltre sull’increscioso caso Ricca, così come sui gay e le loro lobbies vaticane, il papa glissa o rilascia dichiarazioni ambigue.

Viceversa, per giudicare i cattolici che non gli vanno a genio egli non sembra aver problemi e li qualifica a più riprese: inamidati, da salotto, da museo, musoni che guardano il pavimento, rigidi e superficiali, pelagiani e gnostici, zitelle e peperoncini all’aceto, non sono cristiani, si mascherano da cristiani, alcuni hanno una certa allegria superficiale, gli altri vivono in una continua veglia funebre, ma non sanno cosa sia la gioia cristiana, questi sono schiavi della superficialità, di questa vita diffusa, e questi sono schiavi della rigidità, non sono liberi. Nella loro vita, lo Spirito Santo non trova posto.

Che pensare di alcune di queste espressioni riferite in particolare alla Tradizione, che sembrano nascere da scarsa conoscenza della realtà che essa rappresenta nella e per la Chiesa nonché della spiritualità che la anima, forse giudicandola fin troppo sommariamente soltanto attraverso alcune derive recentemente rappresentategli e sulle quali non ha tardato a pronunciarsi, delle quali abbiamo parlato negli articoli precedenti? E che pensare del fatto che ripetutamente esprime la sua riprovazione attraverso pesanti e anche irriguardosi pregiudizi, che peraltro non riserva ai nemici della Chiesa? E il “sentire cum Ecclesia” significa forse vescovi ballerini e riti sacri trasformati in spettacoli sostituendo al sacro e solenne il sensazional-sentimentale?

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