Don Camillo e Don Chichì

Guareschi aveva chiamato l’ultimo suo libro “Don Camillo e i giovani d’oggi“, da cui fu tratto anche un film senza la coppia Cervi – Fernandel, ma poi il titolo cambiò come sopra. E’ un libro poco conosciuto. Don Chichì è il diminutivo – vezzeggiativo di Don Francesco, giovane prete con il quale il vecchio parroco non va molto d’accordo.

Don Chichì si è fatto prete subito dopo il Concilio Vaticano II o giù di lì, lo è diventato per ragionamento, per adempiere alla missione di aiutare i poveri, che “sono i prediletti di Gesù”, etc.. E dice che i ricchi sono, perché tali, dei peccatori incalliti, in quanto, o hanno rubato o sono i fruitori di un furto perpetrato dai loro maggiori. Don Chichì afferma che la proprietà è sempre un furto.

Lui non si è fatto prete per vocazione, ma per scelta autonoma di coscienza, per denunziare, da prete, le ingiustizie del mondo e porvi rimedio. Contrasta Don Camillo sul piano di una teologia pratica, dell’assistenza e della solidarietà: la sua è la pastorale dell’intervento continuo. Quando gli viene chiesto che cosa farebbe se finissero le emergenze, resta senza parole.

Don Chichì ama l’emergenza, il bisogno (degli altri). Li soccorre, viaggiando veloce sullo spiderino che si è comprato, ricusando la bicicletta del vecchio parroco.

E’ un confronto/scontro fra due visioni, due mondi. Don Camillo è legato al mondo di prima, moralista, un po’ classista, col senso della colpa e del peccato, ma anche della misericordia e del perdono di Dio. Confida nella grazia sanante e santificante, e sa che c’è una natura umana e una legge morale naturale inscritta nel cuore dell’uomo, che dice così: “Bonum faciendum (est), malum vitandum (est)“, cioè “Bisogna fare il bene ed evitare il male”. Un bene e un male comprensibili, distinti, intuibili, prevedibili, visibili.

Don Chichì, invece, parla di “opzione fondamentale”, sull’onda delle nuove teologie dinamiche, personaliste, esistenzialiste. Come per Eraclito, per Hegel, per Sartre e per Rahner, per Don Chichì l’uomo è un fascio di nervi e sensazioni in divenire, che non può essere mai definito secondo il concetto (fissista, lui dice) di natura, ma solo come soggetto e oggetto di cultura e cambiamento.

Il primo, il vecchio Don Camillo ascolta il secondo perplesso, quando esprime le opinioni sul mondo, sulla chiesa, e dice che il dialogo con il mondo, l’ascolto del mondo è prioritario, che tutto (o quasi) è socio – politico, psicanalitico, critico.

Il secondo accusa il primo di moralismo bacchettone, e di volere lo status quo per sempre, per poter continuare a imbonire impunemente la povera gente.

Vi è grande attualità nei due profili descritti dallo scrittore romagnolo. Sono due “tipi” ben visibili anche oggi, magari il vecchio un poco in declino, relegato dall’anagrafe e da studi un poco “datati” (?). Il secondo, invece, è pimpante e vibrante di iniziative. Don Chichì è dappertutto, come Figaro, nella città e fuori città, per radio e per televisione, sulla stampa e nelle scuole. Quasi ubiquo, o perlomeno bilocato. Mah (forse sto invecchiando), chissà perché il canonichetto mi inquieta, non mi convince.

Don Chichì, che ama i poveri, ma solo perché gli permettono di essere un campione della solidarietà, va prete perché lo decide razionalmente, invece di “amare i poveri”, perché “ogni cosa che avrete fatto a uno di loro l’avrete fatto a me”.

Don Camillo sa che il male, l’ingiustizia sono prodotti dell’agire umano responsabile, Don Chichì socializza e sociologizza tutto, annacquando la dimensione della responsabilità personale dell’agire morale.

Don Chichì guarda negli occhi la folla, le masse, diventando pian piano astigmatico; Don Camillo guarda negli occhi la singola persona, condividendo, se del caso, una lacrima furtiva.

Conosco diversi “Don Camillo”, con cui parlo anche se spesso non siamo d’accordo. Conosco anche qualche “Don Chichì”, con cui invece non parlo perché sa (sanno) già tutto.

RENATO PILUTTI

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