Pelagio, correnti gnostiche e vaticanisti

di Luisella Scrosati (14/06/2013)

C’è un giochetto che da un po’ di tempo sta prendendo piede: quello di “spifferare” a mezzo mondo quanto il Papa avrebbe detto (il condizionale è d’obbligo) in incontri privati.

La cosa dev’essere poi particolarmente agevole, dal momento che lo stile preferito di Papa Francesco è quello di parlare a braccio: dunque impossibile confermare o smentire, in mancanza di registrazioni. E questa incertezza è il terreno preferito in cui germinano le stupidaggini più incredibili. Ci sarebbe semplicemente da ridere a leggere certi giri mentali: da un sorriso del Papa alcuni deducono il nuovo stile del Concilio; dall’abbraccio che il Papa dona ai bambini se ne ricaverebbe un nuovo volto misericordioso della Chiesa… Che è come lasciar sottinteso che invece Benedetto XVI e i suoi predecessori (eccetto ovviamente Giovanni XXIII, il papa “buono” per antonomasia) sorridessero solo su minaccia di qualcuno che aveva capito lo stile del Concilio, oppure che fossero soliti dare schiaffoni ai bambini!

Ormai ogni gesto, parola o starnuto del Papa, o comunque a lui attribuito, è un gesto profetico o – perché no?- un vero e proprio atto di Magistero, dal momento che Vescovi, sacerdoti e giornalisti ne traggono materiale per fare predicozzi, per bacchettare qualcuno poco “conciliare”, per indicare la nuova strada che la Chiesa percorre per aprirsi al mondo, e via delirando.

In questo contesto si situano le presunte parole che il Papa avrebbe pronunciato incontrando, i rappresentanti della Confederazione Latinoamericana di Religiosi (CLAR). Il portale del pensiero liberatore latinoamericano (così si autodefinisce) Reflexión y Liberación, oltre ad attribuire al Papa la denuncia di lobby gay presenti in Vaticano, riporta un altro passaggio di questa conversazione, nella quale il Papa avrebbe confidato ai religiosi presenti due sue preoccupazioni, la prima delle quali riguarderebbe una corrente pelagiana nella Chiesa:

«Ci sono certi gruppi restaurazionisti. Io ne conosco alcuni; mi spettò di riceverli a Buenos Aires. Ci si sente come se si andasse indietro di 60 anni! Prima del Concilio… Ci si sente nel 1940… Un aneddoto, solo per illustrare questo fatto, non per ridere, io l’ho preso con rispetto, però mi preoccupa; quando mi hanno eletto, ho ricevuto una lettera di uno di questi gruppi, e mi dicevano: “Santità, le offriamo un tesoro spirituale: 3525 rosari”. Perché non mi hanno detto: preghiamo per lei, chiediamo… Questi gruppi si rifanno a pratiche e discipline che ho vissuto – voi no, perché nessuno di voi è anziano – a discipline, a cose che in quel momento si facevano, ma non adesso, oggi non esistono…».

Ora, buon senso vorrebbe che di fronte a presunte dichiarazioni attribuite al Papa, da parte di un sito che non nasconde di essere progressista, il quale a sua volta ha ricevuto non si sa come questo testo, che non è un originale, ma una ricostruzione a posteriori di quello che il Papa avrebbe detto durante questo incontro, insomma dichiarazioni poco attendibili, si serbasse un intelligente silenzio.

Invece no. Qualche tradizionalista “spara” irritato contro il Papa e il vaticanista Tornielli risponde con un articolo che sinceramente lascia un po’ sconcertati. Stando al vaticanista, qualche “censore sedicente ratzingeriano” avrebbe reagito piuttosto duramente a queste affermazioni, mettendo in luce una sorta di opposizione tra Papa Francesco e Benedetto XVI.

Si sa che Tornielli non ha grande simpatia per gli ambienti tradizionalisti, e fin qui non ci sono problemi: non è obbligatorio simpatizzare per nessuno. Però Tornielli, colpito dalla sindrome del sassolino nella scarpa, scrive: «L’accenno al mondo tradizionalista ha subito provocato la reazione indignata di qualche censore sedicente ratzingeriano, che ha immediatamente notato sul web la discontinuità con Benedetto XVI. I censori però sono in errore…». A questo punto Tornielli cita un testo dell’allora Cardinale Ratzinger che c’entra come i cavoli a merenda con quello che è stato attribuito a Papa Francesco. Lo riportiamo: «L’altra faccia dello stesso vizio è il pelagianesimo dei pii. Essi non vogliono avere nessun perdono e in genere nessun vero dono di Dio. Essi vogliono essere in ordine: non perdono ma giusta ricompensa. Vorrebbero non speranza ma sicurezza. Con un duro rigorismo di esercizi religiosi, con preghiere e azioni, essi vogliono procurarsi un diritto alla beatitudine. Manca loro l’umiltà essenziale per ogni amore, l’umiltà di ricevere doni a di là del nostro agire e meritare. La negazione della speranza a favore della sicurezza davanti a cui ora ci troviamo si fonda sull’incapacità di vivere la tensione verso ciò che deve venire e abbandonarsi alla bontà di Dio. Così questo pelagianesimo è un’apostasia dall’amore e dalla speranza, ma in profondità anche dalla fede».

Forse Tornielli è stato tratto in inganno dal fatto che sia Papa Francesco che il Cardinal Ratzinger hanno usato il termine “pelagianesimo”, ma è evidente che la riflessione di Ratzinger non c’entra niente con quanto attribuito a Papa Bergoglio.

Ratzinger ha parlato dell’atteggiamento interiore di chi pretende un “diritto alla beatitudine”, confidando non più nella misericordia di Dio, ma nelle proprie opere. Interessante che tra le opere del pio pelagiano, Ratzinger elenchi esercizi religiosi, preghiere e azioni, come a dire che il pelagiano rovina tutto quello che fa, perché in lui manca l’atteggiamento fondamentale di umiltà. Il pelagianesimo è una vera piaga, ma – si direbbe oggi – trasversale, che non riguarda un solo “partito ecclesiale”. Chiunque può incappare in questo problema: si può pretendere un diritto alla salvezza attraverso l’esecuzione di preghiere, pratiche di penitenza, opere di carità. Si possono esibire a Dio i propri “meriti” ascetici, mistici, caritatevoli. Persino l’andare verso i poveri, giustamente tanto raccomandato da Papa Francesco, non è esente da questo rischio: si può cadere nel pericolo di ritenersi a posto perché si fa un po’ di bene, perché si aiuta qualcuno, o persino perché si dedica l’intera esistenza a servizio dei bisognosi, ma alla fine si dimentica che, parafrasando il Vangelo, siamo servi inutili: abbiamo fatto semplicemente quello che dovevamo e non per questo possiamo ritenerci “a posto” con Dio.

Le parole attribuite a papa Bergoglio bollano delle pratiche religiose, che di per sé sono sacrosante, con un pressapochismo incredibile (per questo, in mancanza delle parole precise di tutta la conversazione, è meglio tacere anziché arrampicarsi sui vetri, per provare un’ermeneutica della continuità su ogni parola che esce dalla bocca del Papa): quelle parole mettono in un bel calderone il pre-concilio, bollandolo di essere tout court pelagiano. Anzi, rilanciano precisamente l’ermeneutica della rottura, contrapponendo un “prima del Concilio”, come qualcosa di vecchio e logoro, con un post- Concilio, come l’unica cosa di cui tener conto. Dire che un certo gruppo “restaurazionista” è l’emblema di questa mentalità pelagiana, solo per il fatto che sarebbe rimasto fermo a sessant’anni fa, a prima del Concilio, solo per una pratica di devozione che ha la “colpa” di aver contato i Rosari pregati, significa lasciar passare l’idea che prima del Concilio erano quasi tutti pelagiani. Inoltre le parole riportate da Reflexión y Liberación stigmatizzano una pratica che è sempre stata incoraggiata nella Chiesa e che non è mai venuta meno.

Mi riferisco a tutte quelle belle iniziative di pietà che vanno sotto il nome di bouqet spirituali, crociate eucaristiche, crociate del Rosario, tesori spirituali, etc., iniziative non raramente partite da santi ed incoraggiate da Vescovi. Mi viene in mente, per esempio, il beato don Edoardo Poppe, che diffuse la Crociata eucaristica dei ragazzi, fortemente incoraggiata dal Card. Mercier e da lui additata come esempio da seguire in tutte le parrocchie. Ora questa Crociata aveva come componente imprescindibile il Tesoro spirituale; i ragazzi dovevano cioè scrivere quante comunioni spirituali avevano fatto, quanti momenti di silenzio, quante Comunioni sacramentali, quante preghiere, e così via. Dovevano scriverlo dentro apposite caselle, dovevano cioè “tenere la contabilità” e poi spedirle al Cappellano. Che cos’era: un’educazione al pelagianesimo?

Questa pratica continua anche oggi da diverse parti, con notevoli frutti spirituali. Aderiscono volentieri ad iniziative di maldefinita “contabilità spirituale” molte persone semplici, lontane da appartenenze di destra o di sinistra ecclesiastica, che rispondono semplicemente ad appelli di preghiera per implorare dal Buon Dio grazie per la Chiesa, per la nazione, per evitare disgrazie, e via di seguito. Cosa c’è di pelagiano in tutto questo? Perché tutto questo oggi non dovrebbe più esistere? In quale testo in Concilio Vaticano II avrebbe proibito queste pratiche di pietà?

Altra domande: possibile che qualunque cosa dica o si presume che dica il Papa dev’essere accolta insindacabilmente, come se debba divenire la norma di tutta la Chiesa? Ammettiamo che il Papa abbia effettivamente detto quelle cose; ebbene, dei quattro gradi magisteriali, ai quali corrisponde un diverso grado di assenso, quale occuperebbe un discorso privato a braccio del Papa? Grazie a Dio, la Chiesa concede di poter dissentire, pur con tutto il rispetto e la deferenza dovuta all’autorità che le pronuncia, dalle opinioni private dei Papi. Perché allora prendersi la briga di dover ostentare la continuità in ogni cosa?

Ultima annotazione. Tornielli scrive: «Molto interessante è anche la seconda delle preoccupazioni espresse da Francesco, che sembra richiamare pronunciamenti della Congregazione per la dottrina della fede contro filosofie e correnti di pensiero che finiscono per “svuotare” l’incarnazione». Il riferimento è al secondo pericolo citato nel discorso, quello cioè della corrente gnostica. Bene. Se Tornielli vede in ciò un aggancio con gli interventi della CdF su questo aspetto, e dunque per l’ennesima volta la prova della continuità di Papa Francesco con il Magistero che lo precede, allora bisognerebbe anche capire come conciliare questo richiamo con un’espressione, riportata sempre da Reflexión y Liberación, che invece invita sostanzialmente a fare spallucce, di fronte ai richiami della CdF: «Aprite le porte, aprite le porte… Faranno errori, combineranno un guaio: passerà! Forse vi arriverà anche una lettera della Congregazione della Dottrina della Fede, dicendovi che avete detto tale cosa o tal’altra… Ma non preoccupatevi. Spiegate quello che dovete spiegare, ma andate avanti…».

Buon lavoro al vaticanista.

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