Papa Francesco, i Gattopardi di curia e le interpretazioni a priori

cristianesimocattolico:

di Francesco Agnoli (16/03/2013)

A costo di fare il bastian contrario, mi permetto di inserirmi in modo critico nel grande mare di qualunquismo con cui viene salutata in questi giorni l’elezione di papa Francesco.

Ha scritto mons. Bruno Forte, dato sino a ieri, su molti giornali come “ratzingeriano”, con tanta retorica, su Il Sole 24Ore del 15 marzo: “Francesco sarà il Vescovo della povera gente, il servitore degli umili, l’amico dei piccoli, che proprio così saprà contagiare pace e speranza vera a tutti. È il Papa che aiuterà la Chiesa a dare risposta alle domande decisive che un teologo latino americano, di grande profondità spirituale e a lui ben noto, così poneva..”.

Il riferimento al “teologo latino americano” è a Gustavo Gutierrez, esponente di quella Teologia della Liberazione che il cardinal Bergoglio osteggiava, distinguendo attentamente tra l’attenzione cristiana ai poveri e il marxismo. Come Bruno Forte così moltissimi altri commentatori, laici e cattolici, si sono subito affrettati a spiegare che l’elezione di questo papa è “una scossa per tutti”, una rivoluzione che cambierà la Chiesa…

Un simile entusiasmo, una simile richiesta di palingenesi, se proviene da persone come Forte, Hans Kung, Vito Mancuso ecc. non può non insospettire chi la pensi diversamente da loro. Di qui la preoccupazione di chi nella Chiesa ha una sensibilità più tradizionale e teme che Papa Francesco rappresenti in qualche modo l’ “anti-Benedetto XVI”. “Se nel conclave del 2005 Bergoglio fu il candidato di Martini in opposizione a Ratzinger, ciò significa forse che la sua elezione, oggi, rappresenta la vendetta postuma contro Benedetto XVI?”: questo la domanda di molti, rafforzata, come si diceva, dai peana scomposti di tutti coloro che non vedevano l’ora di archiviare Benedetto XVI.

Ma le cose stanno veramente così? E’ lecito chiederselo, conoscendo l’intento di molti cattolici progressisti e di molti giornali: annettere preventivamente il nuovo pontefice è un modo per accreditare se stessi, da un lato, e, lo ripeto, per esprimere con “eleganza” il proprio disprezzo per il papa precedente, dall’altro.

A questo papa, i suoi laudatores, cosa hanno iniziato a chiedere? Il rinnovamento della curia corrotta, un nuovo stile nei rapporti con il mondo ecc…, ma anche molto di più. Vorrebbe, Hans Kung, che i dogmi della Chiesa venissero buttati subito a mare, insieme con la mozzetta e la croce pettorale d’oro. Il bello però sta qui: chi c’è tra i grandi elettori di papa Francesco? Un nome tra gli altri: Bertone. Accanto a lui, Angelo Sodano e Giovan Battista Re… Ma chi sono costoro? Non sono forse coloro che hanno governato davvero la Chiesa per decenni? Non sono stati, i primi due, i potenti segretari di stato di due pontefici, il cuore della curia che tutti oggi dicono “corrotta”? E il terzo non è forse il responsabile di tante nomine di vescovi, che oggi in molti dicono indegni?

E Gianfranco Ravasi, il gesuita? Scrive sul Corriere della Sera del 16 marzo: “C’è un respiro nuovo, che aspettavamo”. Respiro nuovo? Non potevamo aspettarcelo da chi ha avuto incarichi di prestigio come quello da Ravasi stesso ricoperto, su richiesta di Bertone, sotto Benedetto XVI? Ahi, l’ingratitudine, tanto più forte quanto più grandi i riconoscimenti e i privilegi ottenuti…

Permettetemi di dirlo, da cattolico qualunque: che tristezza! A saltare sul carro del vincitore, ad archiviare con più fretta e rumore Benedetto XVI, non sono solo i suoi nemici di sempre, i Kung, i Mancuso ecc (sarebbe comprensibile), ma coloro che lo stesso Benedetto XVI ha valorizzato e promosso.

A sputare sulla Curia, invocando la novità e la discontinuità, sono anche coloro che nella curia hanno governato. Qui è inevitabile una critica, mossa dall’amore, al vescovo emerito di Roma: in questi anni non ha governato, ha permesso così che il suo Segretario di Stato infangasse per anni la Chiesa con i suoi comportamenti nepotisti e superficiali, con le sue mire goffe sul San Raffaele prima e con la gestione così poco accorta (vedi la defenestrazione del povero Gotti Tedeschi), dello Ior poi.

Ora tutti chiedono un papa di governo: e a fingere di chiederlo, lo ripeto, anche coloro che hanno governato sino a ieri. Anche coloro che Benedetto XVI, con il suo gesto di dimettersi, aveva infine deciso, dopo tanto, di licenziare in tronco (secondo la ricostruzione, tra gli altri, di mons. Scicluna).

Ma che i giornali e i Kung facciano il loro gioco, è normale; che esistano i gattopardi, pronti a buttarsi dove tira il vento, speranzosi di “cambiar tutto perchè nulla cambi”, pure.

Succede anche, però, talvolta, che il diavolo faccia le pentole e non i coperchi; che i gattopardi finiscano vittima dei loro stessi doppi giochi. E’ certo, per esempio, che in fatto di morale Papa Francesco non sia per nulla aperto, come lo era il cardinal Martini a cui viene affiancato, né all’aborto, né ai matrimoni gay (questo, lo vedremo più avanti, non significa affatto che papa Francesco, come tutti i cattolici, non sia nel contempo aperto a chi ha peccato, compreso l’aver ucciso il proprio figlio).

Anch’io, dunque, spero che Papa Francesco rinnovi la Chiesa: anzitutto non archiviando quanto di buono ha fatto il suo predecessore per la liturgia e i principi non negoziabili; in secondo luogo rinnovando profondamente la curia e combattendo, come sembra voglia fare, carrierismo, mondanità e meschinità clericali (che Bendetto XVI ha creduto, un po’ ingenuamente, forse, di fare quasi solo con l’esempio).

Capiremo dalla nomina del Segretario di Stato quale sarà la direzione. Certo, sarebbe bello non vedere più al comando gli uomini che hanno contribuito a gettare sulla Chiesa tante ombre (Bertone e i suoi, italiani, in primis). L’augurio è dunque che papa Francesco prosegua nella direzione di Benedetto (ciò che manca anzitutto oggi, al mondo e spesso allo stesso clero, è la fede), aggiungendo a questo messaggio il polso di un uomo che governa e che sceglie con attenzione collaboratori sinceri e devoti. E che i gesti di rottura siano saggi e prudenti, perché la discontinuità con certe mancanze non diventi discontinuità rispetto a ciò che di buono la Tradizione ci ha tramandato.

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