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MARCO TOSATTI

Col nome di Benedetto XVIII, Romano Pontefice eletto nel marzo del 2023 «all’apice della ingovernabilità ecclesiale» come recita il doloroso risvolto di copertina dell’opera, il sacerdote e teologo Ariel S. Levi di Gualdo firma un falso documento di magistero dai contenuti tanto autentici quanto seri, nel quale torna a manifestare il suo amore per la Chiesa, di cui analizza l’attuale stato di decadenza, e suggerisce risposte e soluzioni con questo immaginario fantastico atto di supremo magistero pontificio. L’Enciclica Quanta cura in cordibus nostris (Quanta premura nel nostro cuore) edita da Bonanno Editore (l’autor dirige la collana teologica “Fides quaerens intellectum” presso questa casa editrice), è strutturata in un preambolo e sei sezioni. Nella prima parte si delineano i criteri di una corretta formazione al sacerdozio che sia compatibile con la realtà storica, sociale ed ecclesiale contemporanea. Segue la parte dedicata al ministero dei vescovi e quella dedicata ai sacerdoti incentrata principalmente su Liturgia e Sacramenti. Nelle tre parti seguenti è fissata una rigida normativa per il riconoscimento delle nuove realtà di vita religiosa che mira a impedire la proliferazione di sedicenti congregazioni sempre più incontrollate e incontrollabili. Segue la parte dedicata a una prima riforma strutturale della curia romana e alcune norme integrative sul Conclave. A molti anni di distanza dalla sua caduta in disuso, questo Romano Pontefice torna a usare il Noi, dettando chiari e vigorosi i principi generali per una riforma a tratti radicale del sistema di governo della Chiesa universale, tutti di rigore sorretti sul fondamento di fede: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» … » (Mt. 7, 13-19). Iniziata nel dicembre 2011, la stesura del testo è ultimata nel novembre 2012 e agli inizi del 2013 messa in coda di stampa da Bonanno Editore. Inutile dire che nessuno, in quei giorni, incluso don Ariel che attraverso questa Enciclica si è fatto per gioco molto serio papa del futuro, avrebbe immaginato gli eventi che l’11 febbraio porteranno Benedetto XVI a rinunciare al ministero petrino.  

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