Abuso della Divina Misericordia

da ANTICLERICALI CATTOLICI

In questo articolo noi taceremo, lasceremo “parlare” solamente un grande Santo. Se i Sacerdoti non credono più neppure ai Santi, allora siamo messi davvero male. Non commenteremo il passo che andremo a leggere, lasciando che ognuno lo possa maturare nel proprio animo. Che ognuno possa comprendere l’autentico Amore misericordioso di Dio che si acquista a caro prezzo, certo, ma che a caro prezzo ci fu anche dato con la morte del Figlio di Dio sulla Croce. Noi non meritiamo nulla, noi siamo la causa della Sua Morte di Croce, eppure lodiamo questa Croce, è il nostro vanto come spiega San Paolo, da qui ci è tutto donato, da qui veniamo graziati. Chi così tanto stolto da rifiutare tale dono?

LA MISERICORDIA DI DIO È PER CHI LO TEME

ABUSO DELLA DIVINA MISERICORDIA

Ignoras, quoniam benignitas Dei ad poenitentiam te adducit? (Rom 2,4)

PUNTO I

Si ha nella parabola della zizania in S. Matteo (Matth 13) che essendo cresciuta in un campo la zizania insieme col grano, volevano i servi andare ad estirparla: “Vis, imus, et colligimus ea?”. Ma il padrone rispose: No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: “In tempore messis dicam messoribus, colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum”. Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa co’ peccatori; e per l’altra il rigore che usa cogli ostinati. Dice S. Agostino che in due modi il demonio inganna gli uomini: “Desperando, et sperando”. Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi col terrore della divina giustizia; ma prima di peccare, l’anima al peccato colla speranza della divina misericordia. Perciò il santo avverte ad ognuno: “Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam”. Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l’Abulense, può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà?

Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori voglion peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. “Bonus est Deus, faciam quod mihi placet”, ecco come parlano i peccatori, scrive S. Agostino. Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati.

Non dire, dice il Signore: Son grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato. “Et ne dicas: miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur” (Eccli 5,6). Nol dire, dice Dio; e perché? “Misericordia enim, et ira ab illo cito proximant, et in peccatores respicit ira illius”

(Eccli 5,7). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che son le miserazioni) son finiti.

 Dio è misericordioso ma è ancora giusto. “Ego sum iustus, et misericors”, disse il Signore un giorno a S. Brigida; “peccatores tantum misericordem me existimant”.

I peccatori, scrive S. Basilio, voglion considerare Dio solo per metà: “Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare”.

Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P. M. Avila che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa. “Et misericordia eius timentibus eum”, come cantò la divina Madre.

Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice S. Agostino) Dio non mentisce nelle promesse; così non mentisce ancora nelle minacce: “Qui verus est in promittendo, verus est in minando”.

Guardati, dice S. Gio. Grisostomo, quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; “Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur”. Guai, soggiunge S. Agostino, a chi spera per peccare: “Sperat, ut peccet; vae a perversa spe”.

Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il santo, questa vana speranza. “Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit”.

Povero chi s’abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo! Dice S. Bernardo che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo.

Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia.

Perciò ancora dice S. Gio. Grisostomo che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesù Cristo: “Fidit in lenitate magistri”. In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre.

Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche de’ cristiani (parlando degli adulti) si danna: “Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam” (Matth 7,13).

Chi offende Dio colla speranza del perdono, “irrisor est non poenitens”, dice S. Agostino.

 Ma all’incontro dice S. Paolo che Dio non si fa burlare: “Deus non irridetur” (Galat 6,7).

Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al paradiso. “Quae enim seminaverit homo, haec et metet” (Galat 6,7).

Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno. La rete con cui il demonio strascina all’inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest’inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutt’i peccati vi salverete.

Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. “Maledictus homo qui peccat in spe”. La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l’abbominio di Dio: “Et spes illorum abominatio” (Iob 11,20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, siccome irriterebbe il padrone quel servo che l’offendesse, perché il padrone è buono.

PUNTO II

Dirà taluno, Dio m’ha usate tante misericordie per lo passato, così spero che me l’userà per l’avvenire. Ma io rispondo: E perché t’ha usate tante misericordie, per questo lo vuoi tornare ad offendere? Dunque (ti dice S. Paolo) così tu disprezzi la bontà e la pazienza di Dio? Nol sai che ‘l Signore ti ha sopportato sinora; non già a fine che tu lo segui ad offendere, ma acciocché piangi il mal fatto? “An divitias bonitatis eius, et patientiae contemnis? Ignoras, quoniam benignitas Dei ad poenitentiam te adducit?” (Rom 2,4).

Quando tu fidato alla divina misericordia non vuoi finirla, la finirà il Signore. “Nisi conversi fueritis, arcum suum vibrabit” (Ps 7). “Mea est ultio et ego retribuam in tempore” (Deut 32,35).

Dio aspetta ma quando giunge il tempo della vendetta, non aspetta più e castiga.

“Propterea exspectat Dominus, ut misereatur vestri” (Is 30,18).

Dio aspetta il peccatore, acciocché si emendi: ma quando vede che quegli del tempo, che gli è dato per piangere i peccati, se ne serve per accrescerli, allora chiama lo stesso tempo a giudicarlo. “Vocavit adversum me tempus”

(Thren 1,15). S. Gregorio: “Ipsum tempus ad iudicandum vertit”.

Sicché lo stesso tempo dato, le stesse misericordie usate serviranno per farlo castigare con più rigore e più presto abbandonare. “Curavimus Babylonem, et non est sanata, derelinquamus eam” (Ier 51,9).

E come Dio l’abbandona? O gli manda la morte, e lo fa morire in peccato; o pure lo priva delle grazie abbondanti, e lo lascia colla sola grazia sufficiente, colla quale il peccatore potrebbe sì bene salvarsi ma non si salverà. La mente accecata, il cuore indurito, il mal abito fatto renderanno la sua salvazione moralmente impossibile; e così resterà, se non assolutamente, almeno moralmente abbandonato. 

“Auferam sepem eius, et erit in direptionem” (Is 5,5). Oh che castigo! Che segno è, quando il padrone scassa la siepe, e permette che nella vigna v’entri chi vuole, uomini e bestie? è segno che l’abbandona.

Così fa Dio, quando abbandona un’anima, le toglie la siepe del timore, del rimorso di coscienza, e la lascia nelle tenebre; ed allora entreranno in quell’anima tutti i mostri de’ vizi. “Posuisti tenebras, et facta est nox, in ipsa pertransibunt omnes bestiae silvae” (Ps 103,20).

E il peccatore abbandonato che sarà in quell’oscurità, disprezzerà tutto, grazia di Dio, paradiso, ammonizioni, scomuniche; si burlerà della stessa sua dannazione. “Impius, cum in profundum peccatorum venerit, contemnit” (Prov 18,3).

Dio lo lascerà in questa vita senza castigarlo, ma il non castigarlo sarà il suo maggior castigo. “Misereamur impio, et non discet iustitiam” (Is 26,10).

Dice S. Bernardo su questo testo: “Misericordiam hanc ego nolo; super omnem iram miseratio ista”. Oh qual castigo è quando Dio lascia il peccatore in mano del suo peccato, e par che non gliene domandi più conto! “Secundum multitudinem irae suae non quaeret” (Ps 9). E sembra che non sia con lui sdegnato. “Auferetur zelus meus a te, et quiescam, nec irascar amplius” (Ez 16,42).

E par che lo lasci a conseguir tutto ciò che desidera in questa terra. “Et dimisi eos secundum desideria cordis eorum” (Ps 80). Poveri peccatori, che in questa vita son prosperati! È segno che Dio aspetta a renderli vittime della sua giustizia nella vita eterna. Dimanda Geremia: “Quare via impiorum prosperatur?” (Ier 12,1).

E poi risponde: “Congregas eos quasi gregem ad victoriam”.

Non v’è castigo maggiore, che quando Dio permette ad un peccatore che aggiunga peccati a peccati, secondo quel che dice Davide: “Appone iniquitatem super iniquitatem… deleantur de libro viventium” (Ps 66,28). Sul che dice il Bellarmino: “Nulla poena maior, quam cum peccatum est poena peccati”. Meglio sarebbe stato per talun di quest’infelici, che il Signore l’avesse fatto morire dopo il primo peccato; perché, morendo appresso, avrà tanti inferni, quanti peccati ha commessi.

PUNTO III

Si narra nella vita del P. Luigi la Nusa che in Palermo v’erano due amici; andavano questi un giorno passeggiando, uno di costoro chiamato Cesare ch’era commediante, vedendo l’altro pensoso: Quanto va, gli disse, che tu sei andato a confessarti, e perciò ti sei inquietato?

Senti (poi gli soggiunse), sappi che un giorno mi disse il Padre la Nusa che Dio mi dava 12 anni di vita, e che se io non mi emendava tra questo tempo, avrei fatta una mala morte.

Io ho camminato per tante parti del mondo, ho avute infermità, specialmente una che mi ridusse all’ultimo, ma in questo mese in cui si compiscono i 12 anni mi sento meglio che in tutto il tempo della vita mia.

 Indi l’invitò di venire a sentire il sabato una nuova commedia da lui composta. Or che avvenne? nel sabato, che fu a’ 24 di novembre del 1668, mentre stava egli per uscire in iscena, gli venne una goccia, e morì di subito, spirando tra le braccia d’una donna anche commediante, e così finì la commedia.

Or veniamo a noi. Fratello mio, quando il demonio vi tenta a peccare di nuovo, se volete dannarvi, sta in arbitrio vostro il peccare, ma non dite allora, che volete salvarvi; mentre volete peccare, tenetevi per dannato, e figuratevi che allora Dio scriva la vostra condanna, e vi dica: “Quid ultra debui facere vineae meae, et non feci?” (Is 5,4). Ingrato, che più io dovea fare per te, e non ho fatto? Or via, giacché vuoi dannarti, sii dannato, è colpa tua.

Ma dirai: E la misericordia di Dio dov’è? Ahi misero, e non ti pare misericordia di Dio l’averti sopportato per tanti anni con tanti peccati? Tu dovresti startene sempre colla faccia a terra ringraziandolo e dicendo: “Misericordiae Domini, quia non sumus consumti” (Thren 3).

 Tu facendo un solo peccato mortale, hai commesso un delitto più grande, che se ti avessi posto sotto i piedi il primo monarca della terra; tu n’hai commessi tanti, che se l’ingiurie ch’hai fatte a Dio, l’avessi fatte ad un tuo fratello carnale, neppure ti avrebbe sopportato;

Dio non solo ti ha aspettato, ma ti ha chiamato tante volte, e ti ha invitato al perdono. “Quid ultra debui facere?”. Se Dio avesse avuto bisogno di te, o se tu gli avessi fatto qualche gran favore, poteva egli usarti maggior pietà? Posto ciò, se tu di nuovo tornerai ad offenderlo, farai che tutta la sua pietà si muti in furore e castigo.

Se quella pianta di fico trovata dal padrone senza frutto, dopo l’anno concesso a coltivarla, neppure avesse renduto alcun frutto, chi mai avrebbe sperato che il Signore l’avesse dato più tempo e perdonato il taglio?

Senti dunque ciò che ti avverte S. Agostino: “O arbor infructuosa, dilata est securis, noli esse secura, amputaberis”. Il castigo (dice il santo) ti è stato differito, ma non già tolto, se più ti abuserai della divina misericordia, “amputaberis”, finalmente ti taglierà.

 Che vuoi aspettare, che proprio Dio ti mandi all’inferno? Ma se ti ci manda, già lo sai che non vi sarà poi più rimedio per te. Il Signore tace, ma non tace sempre; quando giunge il tempo della vendetta, non tace più. “Haec fecisti, et tacui. Existimasti inique, quod ero tui similis?

 Arguam te, et statuam contra faciem tuam” (Ps 49,21).

Ti metterà avanti le misericordie che ti ha usate, e farà ch’elle stesse ti giudichino e ti condannino.

Sant’Alfonso Maria dè Liguori  da “Apparecchio alla morte – Considerazioni sulle massime eterne”

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