Il Vaticano III? L’Occidente scristianizzato chiede ben altre risposte. Parla il cardinal Ratzinger

di Lucio Brunelli, da “Il Sabato” (24/10/1992)

Eccolo, il “grande inquisitore della” Chiesa cattolica: all’aeroporto fa la fila al check-in fra i comuni peccatori post-cristiani, niente sale vip, niente autorità ad accoglierlo, niente trilli di telefoni cellulari. In compagnia solo del fido aiutante monsignor Clemens e del saggio padre Duroux, consigliere anziano dell’ex Sant’Uffizio. Torna a Roma, il cardinale Joseph Ratzinger, da Bassano del Grappa. Il «Comune dei giovani» (un’esperienza di laici cattolici spesso incompresa da certa burocrazia clericale) gli ha consegnato un premio. Il prefetto della fede accetta volentieri, in attesa della chiamata di imbarco, di parlare col giornalista del Sabato. Il tema dell’intervista lo interessa.

Eminenza, allora, si va verso un Vaticano III?

Per carità! Le racconto un episodio divertente, in cui un pò mi ritrovo. Durante una riunione del consiglio di segreteria del Sinodo nel lontano 1975, già qualcuno tirò fuori l’idea di un nuovo Concilio. Era presente anche il cardinale Dopfner, mio predecessore alla sede arcivescovile di Monaco. Il porporato levò istintivamente le mani al cielo ed esclamò: «Un nuovo Concilio? Non finché io sarò in vita!» Era spaventato, per così dire, dall’idea di dovere vivere un’altra volta quella esperienza.

A quei tempi l’idea di una nuova assise ecumenica veniva dai circoli della ultrasinistra teologica. Da Küng, Schillebeeckx ed altri…

Sì, loro dicevano che il Vaticano II era ancora incompleto nella radicalità delle riforme. E che era giunto finalmente il momento di un nuovo «balzo in avanti».

Oggi ad invocare un nuovo Concilio sono correnti di segno contrario.

È vero. Ci sono degli ambienti che oggi desiderano il Vaticano III nel senso di una correzione, di una maggiore fermezza sia disciplinare sia dottrinale. Vedono confusione e pensano che questo sia il modo di chiarire la strada che la Chiesa deve percorrere.

E lei che ne pensa?

Io non credo che sia il momento. Sarebbe assolutamente prematuro. Perché il Concilio è sempre un grande impegno, che blocca per un certo periodo la vita normale della Chiesa. E non si può farlo troppo di frequente. Io cito sempre san Basilio che di fronte all’invito di un altro Concilio costantinopolitano disse: «No, non vengo più. Perché questi concili creano solo confusione». E con ciò si riferiva ad un Concilio che, pure, è divenuto molto importante nella storia della Chiesa: quello del 381 che ha definito la divinità dello Spirito Santo. Tuttavia la sua esperienza concreta della situazione verificatasi immediatamente dopo il Concilio era quella: che si era creata troppa confusione, e che non si dovrebbero aumentare il numero di queste assise. Vero è che qualche volta la Chiesa ha bisogno di un Concilio, semplicemente per chiarire alcune prospettive grandi, essenziali, della vita della Chiesa. Ma non si deve moltiplicarli. Perché bloccano per un lungo periodo la normalità della vita ecclesiale e richiedono tanto tempo per essere assimilati e capiti nelle loro vere intenzioni. Dovettero passare due o tre generazioni, ad esempio, prima che il Concilio di Trento desse pienamente i suoi frutti.

Due anni fa, a Rimini, lei polemizzò aspramente con il fenomeno dell’«auto-occupazione» ecclesiastica, che chiude la Chiesa in se stessa invece di aprirla alla realtà. Che incidenza crede abbiano avuto quelle parole?

La mia impressione è che moltissimi si aspettavano una simile parola, e sono stati contenti che qualcuno abbia detto quelle cose. Perché tanti soffrono di questo aumento di burocrazia. Di queste riunioni senza frutto. Di un parlare permanente così, senza nuovi contenuti, autosoddisfatti del proprio stesso parlare. E quindi tanti, dopo quella conferenza, sono stati contenti. E si aspettano anche che quella polemica produca degli effetti reali, in tutti i ceti della Chiesa: cominciando dall’alta gerarchia fino all’ultimo fedele.

Non tutti hanno apprezzato, però.

Ovviamente, ci sono state anche reazioni negative. Alcuni si sono sentiti attaccati, obiettano che quanto ho detto si oppone alla partecipazione dei laici, all’attività comune che fa la Chiesa. Una reazione del tutto prevedibile. Ma per quello che ho potuto personalmente vedere è molto più alto il numero di coloro che sono stati contenti. Perché tanti soffrono la «frenesia delle parole» che purtroppo segna la vita ecclesiale negli ultimi decenni. E che certo non può essere una risposta a quel processo di scristianizzazione che trent’anni fa, ai tempi del Vaticano II, era semplicemente inimmaginabile. Tanto che oggi la Chiesa deve confrontarsi con un Occidente postcristiano. In cui solo una verità verificata nella vita, una testimonianza dal di dentro della vita normale, risulta credibile.

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