La famiglia che va difesa

Torno ancora una volta sulle gravissime affermazioni espresse da Carlo Maria Martini nel libro-intervista con Ignazio Marino (Credere e conoscere, Einaudi) e riportate dal Corriere della Sera (Martini: il valore di un legame tra persone dello stesso sesso, 23/4/2012), riguardo all’assistenza che lo Stato dovrebbe dare alle coppie omosessuali: «Io ritengo che la famiglia vada difesa perché è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili. Io sostengo il matrimonio tradizionale con tutti i suoi valori e sono convinto che non vada messo in discussione. Se poi alcune persone, di sesso diverso oppure anche dello stesso sesso, ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia, perché vogliamo assolutamente che non sia? Io penso che la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio e d’altra parte non credo che la coppia eterosessuale e il matrimonio debbano essere difesi o puntellati con mezzi straordinari perché si basano su valori talmente forti che non mi pare si renda necessario un intervento a tutela. Anche per questo, se lo Stato concede qualche beneficio agli omosessuali, non me la prenderei troppo. La Chiesa cattolica, dal canto suo, promuove le unioni che sono favorevoli al proseguimento della specie umana e alla sua stabilità, e tuttavia non è giusto esprimere alcuna discriminazione per altri tipi di unioni».

A me sembra che il messaggio sia (tragicamente) chiaro: Martini sta dicendo che non è giusto esprimere alcuna discriminazione per tutte le “unioni”, a meno che non siano eterosessuali. Lo Stato dovrebbe quindi favorire la stabilità delle coppie omosessuali, dirottando eventualmente i (miseri) aiuti per la famiglia a tutte le “nuove unioni” possibili.

La “coppia eterosessuale” (definizione ridicola, quasi come a dire “gay non dichiarati che vanno con persone di sesso diverso dal loro”) è talmente forte che lo Stato non deve fornirle alcun aiuto, poiché altrimenti compirebbe un atto di discriminazione.

Sul cardinal Martini, condividiamo il giudizio del compianto Cossiga dopo il suo addio alla Diocesi meneghina: «La fine di un imbarazzante equivoco per la Chiesa e per la società politica italiana». (Speravamo andasse veramente così, ma purtroppo l’establishment lo idolatra ancora…).

Rifiutiamo quindi anche la sua ultima patetica lezioncina e, sperando di rendere un servizio all’intelligenza e alla ragione contro il “bispensiero” e il politicamente corretto, rimandiamo alle parole di Leone XIII dalla sua inossidabile enciclica Rerum Novarum sui rapporti tra Stato e famiglia: «“Lo Stato e il suo intervento nella famiglia” È dunque un errore grande e dannoso volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia. Certo, se qualche famiglia si trova per avventura in si gravi strettezze che da sé stessa non le è affatto possibile uscirne, è giusto in tali frangenti l’intervento dei pubblici poteri, giacché ciascuna famiglia è parte del corpo sociale. Similmente in caso di gravi discordie nelle relazioni scambievoli tra i membri di una famiglia intervenga lo Stato e renda a ciascuno il suo, poiché questo non è usurpare i diritti dei cittadini, ma assicurarli e tutelarli secondo la retta giustizia. Qui però deve arrestarsi lo Stato; la natura non gli consente di andare oltre. La patria potestà non può lo Stato né annientarla né assorbirla, poiché nasce dalla sorgente stessa della vita umana. I figli sono qualche cosa del padre, una espansione, per così dire, della sua personalità e, a parlare propriamente, essi entrano a far parte del civile consorzio non da sé medesimi, bensì mediante la famiglia in cui sono nati. È appunto per questa ragione che, essendo i figli naturalmente qualcosa del padre prima dell’uso della ragione stanno sotto la cura dei genitori. Ora, i socialisti, sostituendo alla provvidenza dei genitori quella dello Stato, vanno contro la giustizia naturale e disciolgono la compagine delle famiglie»

Parole chiare e comprensibili a tutti, oggi come ieri. Il Martini, invece, annacqua la verità fino a pervertirla in menzogna (anche come cocktail sarebbe indigesto): è chiaro che la famiglia è una istituzione forte, millenaria, e lo Stato non ha alcun bisogno di mettere in atto sofisticati esperimenti di ingegneria sociale per garantirne la durata. Tuttavia non si può sostenere questa tesi e al contempo affermare l’esatto contrario: ovvero che c’è bisogno di un intervento straordinario dello Stato per “favorire” delle unioni innaturali e irrealizzabili. Sappiamo che lo stile di vita del gay “orgoglioso” (cioè superbo) è una forma compulsiva di narcisismo che si sfoga attraverso l’edonismo più sfrenato, fino ad allargare il concetto stesso di “consumismo” alla sfera della bioetica (e della riproduzione): i gay non vogliono solo stare assieme, vogliono pure avere dei figli da allevare. Ma è solo nelle dittature che lo Stato interviene per regolare la riproduzione della coppia: in questo caso, per soddisfare i capricci di una minoranza prepotente, dovremmo permettere la creazione di un vasto “mercato” della procreazione, aspettandoci poi interventi di “personalizzazione” (cioè manipolazione genetica) del nascituro.

Ogni “diritto” concesso alle “nuove unioni” non è che un nuovo anello della catena stretta attorno al corpo sociale: se non volete essere stritolati, smettete di farvi sbeffeggiare dai sacerdoti del conformismo.

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