Moro:fu vera gloria? No,una vergogna! Parte2:L’ultimo sospiro del Moro (il peggiore)

Morte (e vita pubblica e privata) poco cristiana, parecchio anarchica e per niente eroica di un pover’uomo di Stato, che si credeva lo Stato, ma senza alcun senso dello Stato. Per tacer del “santo”…

di Antonio Margheriti Mastino, da Papale Papale (18/05/2012)

COME FRACCAZZO DA VELLETRI

Moro, dunque, in definitiva era la “bontà”. Un cavallo di razza, un padrone dell’Italia del boom, il regista del centrosinistra, un capo indiscusso e inamovibile di quel partito di equilibri fragili, terribili e cattivissimi, la Dc, nucleo incandescente, principio e fine di ogni potenza, il cinque volte primo ministro Aldo Moro, quindi, altri non era che la “bontà”; ad altro non mirava che alla “bontà”. Alla “pace” anche: tutto fa brodo e oggi è pure chic [i comunisti erano specializzati in premi “Per la Pace Giuseppe Stalin” che poi, quando fu sputtanato, divenne “Premio per la Pace Nicola Kruscev”: davano il nome di “pace” alle loro porcherie più innominabili]. Uno che ha conquistato il potere, l’ha mantenuto sempre e l’ha aumentato volta per volta, con aria imbambolata e pigra, petto flaccido e carni lasse quanto volete ma con pugno di ferro; ebbene, ha fatto tutto questo per “bontà”. Almanco per la “pace”… e “l’amore”… Siete dei bambini, ragazzi! Siamo alle altezze intellettuali di un Fraccazzo da Velletri! Siamo allo zecchino d’oro! Al coro dell’Antoniano! Siete nati bambini e morirete bambini… se avete queste fantasie da fresconi e da gonzi. Gente che pensa così se non è in malafede, è minchiona, non sa nulla del mondo, e non lo saprà mai: non hanno raggiunto neppure quel minimo di malizia prepuberale sufficiente all’autoerotismo come prima scoperta delle proprie pudenda.

IN OLEZZO DI “SANTITÀ”

Ancora una volta si è scambiato un ideologo per un asceta; uno stratega del teorico a lunga gittata per un profeta; uno disinteressato alle cariche istituzionali perchè il potere era altrove, ossia nel partito generalista, la DC, e non al governo, lo si è preso per un missionario; uno tutto concentrato in disegni politici e dunque al nocciolo del potere stesso, per mistico senza secondi fini. Il suo linguaggio fumoso e anestetizzante – soporifero così fatto proprio per non farsi comprendere essendo al fondo convinto il Moro essere la politica roba per grandi iniziati e sommi sacerdoti del potere – si è scambiato quel linguaggio oscuro dunque, per linguaggio “ispirato”, da sapitore delle secrete cose; il suo andare a messa la mattina per un segno di santità personale, e la sua politica stessa di riflesso come esercizio della santità, e allora non si capisce perchè non possa esserlo anche per uno persino più assiduo come Andreotti (del quale ho grande stima) e per tutto il gotha democristiano. E questa olezzo di santità veniva sottolineato quando nei fatti si allargava sempre più, in contemporanea con la sua Azione Cattolica, il fossato che lo divideva dal Magistero sociale e morale della Chiesa; si è scambiata la sua mollezza, il suo scetticismo, per mitezza, carità e pazienza cristiane… mentre invece era il totale disinteresse dell’ideologo e dell’intellettuale per la gestione pratica della quotidianità istituzionale, per il quotidiano politico, dei bisogni umani immediati dello Stato. Dal momento che certi tipi così percepivano la politica come organizzatrice e suscitatrice di “pensiero”, anche contorto e inutile ma sempre “pensiero”, purchè alieno dall’azione, “pensiero” che poi altro non era che rinuncia, astensione dall’agire. Alibi alla pigrizia e stitichezza etica, in fine. Cazzeggio. Il cazzeggio del “ragionamento” politico, con cui ci hanno macerato per decenni l’anima e i coglioni i Dc di sinistra. Pensieri e parole, cazzeggi, che per questi qui erano già “azione”, la forza invincibile dell’inerzia che sfinisce. Estranea all’oggi, tutta proiettata in un futuro che era di là da venire ma che però esisteva nel loro “pensiero”… senza immaginazione. E a questo “pensiero” inerte e nato morto, anzi mai nato, doveva essere soggetta, piegata, sottomessa, si doveva adeguare la realtà. In Moro non era il pensiero che si adattava alla realtà, come poteva essere nel duttile Andreotti, anti-ideologo per eccellenza, ma la realtà che doveva adattarsi al “pensiero”. Possibilmente, secondo Moro, l’unico che potesse dirsi tale, che avesse dignità e sostanza politica: il suo.

LE BR SE NE FREGAVANO DEL CATTOLICO: UCCISERO L’IDEOLOGO. CHE AVREBBE “IMBORGHESITO” IL PCI

Infine, si è scambiato il suo sequestro e la sua esecuzione, come un volontario andare incontro alla croce, per un martirio di redenzione. E così non è stato. Prima di tutto perchè i brigatisti non erano gli antichi romani, e nemmanco il sinedrio se non nel fanatismo, ma una manica di imbecilli. Secondo, perchè Moro incontro a quell’inutile destino non aveva alcuna voglia di andarci, e quando ci si è ritrovato dentro ha fatto di tutto per uscirne, costasse quel che costasse anche lo sfondamento dello Stato e lo sputtanamento di tutti i suoi amici. Non esattamente un martire. Né tanto meno uno che per il semplice fatto di essere stato ucciso (come tantissimi in quegli anni) dalle Br è degno di essere, come pure fin troppi pazzi hanno sostenuto, beatificato financo con regolare processo canonico. Tanto più che le Br uccisero proprio lui non in quanto cattolico, ma in quanto ideologo e stratega del patto d’alleanza in prospettiva dell’alternanza fra la Dc e il Pci. Pci che allora, badate bene, stando ancora in piedi l’Urss faceva davvero paura: fu un messaggio trasversale delle Br a un Pci che reputavano in fase di “imborghesimento” invece che guerrigliero e partigiano, stante la sua smania di piazzarsi al governo di un paese “borghese”. E avevano rettamente individuato, in Moro, il mallevadore di questa operazione: fu l’unica volta in vita loro che i brigatisti non peccarono di cretinismo.

IN QUESTO MORO FU UN INTELLETTUALE TOUT-COURT: NELLA CECITÀ

E in questo Moro fu persino doppiamente cieco, non avendo captato quanto fosse putrescente e oramai in agonia l’Urss come tutto il sistema comunista ovunque disperso. Veniva a patti con un moribondo, invece d’avere santa e politica pazienza ad attenderne il collasso finale… Perchè al pari di Montini, Casaroli, di tutto il gotha democristiano, vaticano e dei tromboni dell’intellighenzia laica, credeva che il comunismo avesse vinto la sua partita, non avesse altro dinanzi a sé che magnifiche sorti e progressive. E tutti quanti insieme reputavano persino ineluttabile – tanto li avevano impressionati gli ultimi successi elettorali del Pci alle amministrative – che comunque da sé il Pci avrebbe più prima che poi vinto le elezioni. Tanto valeva quindi andarci a braccetto, adeguandosi, per attutire il colpo. La più colossale cantonata che uno statista italiano, dopo il Patto d’Acciaio Mussolini-Hitler, avesse preso nell’ultimo secolo: nessuno fu più cieco e meno profeta politico di Moro. Appunto perchè era un intellettuale, un ideologo, uno che viveva di fumisterie. In pratica Moro non solo era un mediocre politico, un pessimo governante, ma era anche un pessimo pensatore politico, un disastroso stratega. Si è scambiata la sua astrattezza per superiore strategia, che infatti la storia di lì a pochi anni avrebbe dimostrato del tutto sballata e avventata, tutto meno che profetica. Anacronistica semmai. Ma quando mai, del resto, sono stati buoni profeti intellettuali e ideologici? La storia dimostra che non ne azzeccano una da almeno due secoli. Moro uguale. E in questo è stato un intellettuale tout-cout: nella cecità. Nell’ostinarsi sul proprio schema superficiale, che aveva la priorità sugli elementi di realtà. Del resto è il sintomo principe dell’ideologite: l’idea è tutto, la realtà è niente. Sebbene, ripeto, l’idea, era proprietà intellettuale dei socialcomunisti: i democristiani la degradavano a “ragionamento”. Che era se non più dannoso certamente più contorto e soprattutto inutile della prima.

MORO ERA BONTÀ. ANZI: UN SANTO. CONTRORDINE COMPAGNI: ERA CRISTO

Dunque Moro all’improvviso divenne un “martire” per i signori della politica e i bamboccioni dell’antipolitica. Poi fu “sola bontà”. Quindi per i residuati di sacrestia e di sezione (o la risultante della fusione di entrambe: l’Azione Cattolica) si andò oltre: era già un “beato” per i primi; forse un “santo” azzardarono i secondi, e per chiarirlo, conclusero entrambi, era opportuno “un regolare processo canonico”. E siccome nessuno si dava una mossa, osarono l’inosabile: “Se risorgesse, sarebbe come Gesù Cristo”. A parte il fatto che (forse) in quanto anima cristiana è già “risorto” in Cristo (e non “come” Cristo) appena morto, per il resto, poco male: a Gesù capitò di peggio, il processo mondano inverso: lo fecero diventare prima tutta “bontà”, poi un martire a causa solo della sua “bontà”, quindi dedussero che questa “bontà” era in realtà la coscienza di un “liberatore dall’oppressione”, chè dopotutto “pure” Gesù era un “proletario” [credevano loro: e invece no, era benestante, borghese e amico di ricchi borghesi], e in quanto tale era finito in croce: perchè altro non era che un “socialista”, il “primo socialista” precisarono; anzi, no: “comunista”, si corressero più tardi, essendo mutati i rapporti di forza nel mondo operaio. Tutto, tranne quel che era veramente: il figlio di Dio morto in croce e risorto per salvare gli uomini dall’oppressione sì, ma del peccato. Ipocristi, falsi profeti, razza di vipere, teste di pietra! Pietà di loro, Signore, secondo la tua misericordia! Altro che “comunista”!!… Qui oltre che ignoranza e malafede, nella secolarizzazione generale si è dimenticato completamente cosa è e a cosa serve non solo un processo canonico, ma anche la santità stessa. Perché hanno dimenticato persino chi era e a cosa era servito Cristo. E se per caso lo sanno ancora, il chi è stato e il a cosa è servito, evidentemente, lo ritengono del tutto irrilevante ai fini della religione civile. Avendo perso ogni fede e ogni autentica cristianità, invece di cristianizzare la società che governano, mirano a sacralizzare elementi di società: il passo successivo è secolarizzare il cristianesimo.

LA FORZA DELL’INERZIA DEL MOROTEISMO ERA NELLA POLITICA CIÒ CHE LA OSTPOLITIK ERA NELLA CHIESA

Io lo so da quand’è che ho cominciato a maltollerare Aldo Moro. Da molto prima che diventassi anticomunista. Già quando già ero nel PPI e partecipavo ai congressi nazionali, sempre più cattocomunista. Sì, già da allora non reggevo Moro, il laicissimo, il rivoluzionario a piccola marcia, il teorico fumoso del piano inclinato: sul quale lentamente ma inesorabilmente il democristiano scivolava verso il suo letto naturale, il cattocomunismo, la comunistizzazione, per finire infine più a sinistra dei comunisti mezzi rinnegati per la vergogna, secondo la ben nota teoria gramsciana. Quel Moro per il quale il cattolico in nome dell’alternanza, dei grandi disegni, dei compromessi storici, delle convergenze parallele e altre minchionerie stravaganti accolte come nuova Rivelazione per i gonzi, doveva rinunciare alla sua identità per farsi comunista, credendo veramente che i comunisti in cambio si sarebbero fatti più democristiani. E il paradosso era che tale esigenza di inseguire i comunisti, di farsi come loro, persino andando oltre quanto a progressismo a costo di una apostasia silenziosa e che non osava dire il suo nome, si manifestava in modo più insistente quando l’Urss stava putrefacendosi, ovunque il comunismo era alle corde, palesi i suoi inappellabili crudeli fallimenti. La psiscologia di Moro, come di tutti i democristiani, era la stessa, almeno nelle sue nevrosi e fobie, dell’establishment vaticano di quei decenni, della sua razza padrona in talare con a capo ora Montini, ora Benelli, ora Casaroli. La loro ostpolitik fu proprio questo. E a questo travisamento, l’invincibilità del comunismo, segno di scarso senso politico e di scarsa fede, sacrificarono una chiesa, quella dell’Est, che ridussero al silenzio prima e poi ebbero pure la sfrontatezza di battezzarla ufficialmente Chiesa del Silenzio, come fosse una cosa edificante, come si fosse trattato di chissà che geniale trovata diplomatica: le persecuzioni comuniste contro i cattolici continuarono come prima, più di prima, si acuirono, soltanto che adesso nessuno più le poteva denunciare. Neppure le stesse vittime. E al silenzio cruento di quelle chiese s’aggiunse la solitudine. Neppure i giornali vaticani di quegli anni, per ordine dall’alto, osavano più fare il nome del comunismo, né per dirne bene né male: il silenzio assordante era diventato nella chiesa di allora ciò che, al contempo, nel moroteismo era spostare una montagna con la forza dell’inerzia. La logica della ostpolitik con i comunisti dell’Est, era la stessa del moroteismo con i comunisti italiani.

MORO IN CRAVATTA SULLA SPIAGGIA. AD AGOSTO. I PARAMENTI DEL SOMMO LITURGO DEL POTERE

Ma vi dicevo delle scaturigini infantili della mia insofferenza per Moro. Sì, già da prima del mio anticattocomunismo ero se non anti-moroteo, almeno antipatizzante di Moro. In pratica da quando ero bambino. Bambino del tutto sui generis: invece di sfogliare le figurine dei calciatori sfogliavo le “immagini del potere”: mi piaceva guardare le foto dei potenti, capi del governo, di partito, di stato (i monarchi no: ero antipatizzante pure di quelli). Mi piacevano soprattutto i potenti democristiani e comunisti: per me erano loro il potere che immaginavo, e pur bambino non mi sbagliavo affatto. Entrambi, capi comunisti e democristiani, erano figure clericali, monacali, casta sacerdotale, volti d’uomini sacralizzati, immagini sacre di grandi liturghi del potere (i democristiani) e di sommi teologi della morale civile (i comunisti), ossia del moralismo ipocrita. In questa mia mania, mi aiutava spesso Famiglia Cristiana, che collezionavo, assai prodiga di foto di potenti democristiani e soprattutto di “santi” laici della DC, purchè “di sinistra”. Una volta, sarà stato sui 13 anni, incappai in una foto di Moro che me lo rese antipatico a vita, io che amo l’informalità e la praticità: era ritratto in bianco e nero, in pieno agosto, seduto su una sdraio in spiaggia. Vestito (è questo che mi fece saltare i nervi… ma un nervoso che non vi dico!!) non solo tutto di nero, ma in giacca e cravatta… sulla spiaggia!.. in agosto! col sole a picco sulla sua testa! Lo detestai. Una faccenda solo “estetica”, apparentemente. E invece no. Di poi, infatti, cominciai a detestare tutto il resto… Come il fatto di capire da simili indizi che questi qui come Moro si consideravano degli iniziati, uomini di una razza diversa rispetto alla restante umanità, viventi in un mondo a parte, sommi sacerdoti di un potere che stava altrove, in alto, laddove stanno anche “i farisei” (A. Merini), ad altezze intellettuali incommensurabili, sopra tutti. Ragion per cui non dovevano rendere conto né chiarire ad alcuno il di coloro giacular sancto et lustro; e proprio quel formulare frasi secrete et ignote tipico del moroteismo, quale lingua liturgica della potestà, stava lì a ribadirlo. Erano “diversi”. Parlavano lingue diverse. Vestivano diversi. Un destino speciale, fatale e ineluttabile, come voluto da un capriccio di divinità oscure che ne faceva stirpe sacra e unta. Un’investitura: eletti, dall’alto più che dal basso. E come sacerdoti vestivano: i quali nel farlo, rispondono a un tempo solo loro, quello liturgico, e non alle esigenze delle stagioni dei comuni mortali; come i sacerdoti, a prescindere dalla meteorologia, vestivano alla stessa maniera o che stessero a dir messa in cattedrale o in piazza, in montagna o sulla spiaggia: casula d’ordinanza in ogni caso. Così Moro: giacca e cravatta neri, anche sulla spiaggia. Anche sotto il sole. D’agosto. Nu me ce posso rassegnà!…

IL SANTO SUBITO APPLICATO ALLA SFERA CIVILE

E’ una vita che non sopporto Aldo Moro, dunque. Così come non ho mai sopportato i santini laici, e certe volte neanche quelli consacrati. Stante l’andazzo, in presenza di morti travagliate o inattese di qualche personaggio della cronaca, magari all’auge del suo quarto d’ora di celebrità, foss’anche nient’altro che un motociclista, un attimo dopo il trapasso gli si cuce addosso il santino. Iniziano i media, concludono strafacendo, e non di rado col tipico cattivo gusto clericale odierno, i preti – peggio è se capita un vescovo, e c’è una telecamera capita di certo – nelle esequie. Cattivo gusto che diventa apocalittico se fuso col telegiornalismo d’assalto e straccione. Questi “santini” laici a scoppio ritardato, qualunque cosa abbiano detto o fatto nella loro vita, foss’anche la più immonda, nelle esequie sono dall’ambone catapultati per direttissima in indecorose beatificazioni post-mortem seduta stante: corte d’assise celeste composta da prete, giornalisti, amici, amici degli amici e non di rado nemici dichiarati del “caro estinto che vivrà sempre nei nostri ricordi: un esempio da imitare e seguire, un maestro”. Alla faccia degli ammonimenti di Cristo “non giudicare” né in bene né in male e “uno solo chiamate Maestro”. O come più prosaicamente avrebbe detto Alberto Arbasino: “La carriera di uno scrittore o di qualsiasi altro uomo illustre, conosce solo tre tappe: brillante promessa, solito stronzo, venerato maestro”. Assai spesso questi preti ed episcopi canonizzatori spontanei, stampatori abusivi di santini laici senza approvazione ecclesiastica, parlano in ‘sì ferale sede proprio alla porcavacca: senza cognizione di causa, dei tempi, della storia, della decenza, e del catechismo cattolico persino. E quasi sempre senza sapere davvero una beata mazza della personalità alla quale si infligge la coatta “beatificazione” clerico-giornalistica. Dove giornalisti nevrotici e logorroici dalla professionalità di un “pazzariello” napoletano, concelebrano con questo clero in crisi di identità ormai terminale, questo rito sociale idolatrico e religioso, pagano e vagamente cristiano insieme, questo rito di santificazione del morto celebre. Che talora – succede pure questo – è un notorio agnostico, un anticattolico, o ateo finanche. E anche in questi casi finita la messa, comunque vada sarà un successo: se non ne esci dottore della chiesa, sicuro ne esci almeno “martire”, e, va da sé, “uomo di pace”, anche se sei Goebbels.

LA CALIGINE DI RETORICA. CHE TOGLIE LE PAROLE, CONFONDE I PENSIERI

Così è stato anche per Moro, santo della chiesa democristiana, e “scismatico di quella comunista” (sostiene qualcuno). E per la verità, clericalmente, fu proprio Paolo VI a iniziare la sarabanda, il circolo vizioso, sebbene in ben più alte sfere letterarie, in un linguaggio aulico e drammatico da cultura vera con quell’inquietante “Rimprovero a Dio” (così la videro almeno giornalisti e retori di stato), non da ampollosità appiccicose da necrologio sul Gazzettino di Catanzaro. Tutto questo, questa caligine di retorica, che pesante cala dall’alto inibisce ogni analisi seria del personaggio (ed è proprio a questo che serve la retorica, il trombonismo), e probabilmente confonde e cancella per sempre ogni responsabilità e colpa: sembra, anzi, avere tutto l’interesse a dissolvere la realtà di quelle “colpe” che portarono Moro alla tomba. I figli di Moro, quando reclamano ancora oggi la “verità”, dovrebbero convincersi che è lo stesso circo retorico che sull’affaire Moro si è costruito, che la ostacola. E al quale non poco contribuiscono da un trentennio loro stessi.

CHIAGNE E FOTTI! CARRIERE COSTRUITE SULLE LACRIME DI COCCODRILLO. TIPO COSSIGA

Che cosa poteva venirne mai fuori da quella sceneggiata vuota e imbarazzante, proprio perchè fasulla, di tanto di uomini di stato che ogni anno andavano a inginocchiarsi, a telecamere di stato spiegate (appena si accendevano, è chiaro), davanti al portone in anticorotal di un comune condominio romano come fosse la porta santa, l’altare del sacrificio supremo di Cristo? Che senso aveva prostrarsi in diretta tv nel punto dove fu trovato il corpo di Moro, a piagnucolare, far finta di contrirsi, mettersi le mani sulla faccia quasi a nascondere lo sforzo non sai se di simularsi affranti o dissimulare un conato di risa? Sceneggiate farsesche e indecorose sulle quali si sono costruite e unte scintillanti carriere politiche. Lo stesso Cossiga, abbonato a questi pellegrinaggi laici, a queste esibizioni di lacrime da coccodrillo, quel Kossiga che gestì in maniera pietosa e ciò non di meno spietato nella sua sguaiatezza la vicenda Moro, si inventa da vecchio volpone quale è persino un particolare postumo palesemente falso, quello che gli son “venuti i capelli bianchi nei giorni del sequestro”. Mentre invece gli piove addosso come manna un diluvio di fortuna; costruisce sui falsi sensi di colpa la sua resurrezione politica fulminea. E una carriera inarrestabile. Che lo porterà quasi subito a occupare tutte e tre le massime cariche dello stato in un solo quinquennio: presidenza del consiglio, del senato, della repubblica. E per giunta, alla fine, quando ormai non aveva nulla da perdere, essendosi già puppato tutto, si permette pure il lusso di fare il “picconatore” circense di quello stesso sistema che lo ha partorito, allattato, ingrassato e al quale in tutto era organico. Quello stesso sistema sclerotico che fece dire alla famiglia Moro, nei giorni del sequestro, “sì, il ministro Cossiga venne a casa nostra: e aveva tutta l’aria di uno che non sapeva che pesci pigliare”. “Distrutto dalla vicenda Moro”, dice Cossiga. Quanti vorrebbero essere “distrutti” così! Ritualità civili, da sacralizzazione non più solo della politica ma dei politici stessi. Culti profani a immagine e somiglianza di quelli sacri, che hanno però un vago sapore idolatrico, paganeggiante, e che se a cedervi sono dei vecchi politici cattolici è prima che indecoroso, inopportuno e improbabile. Farsesco. E più ancora peccaminoso. Ma come se dice a Napoli: chiagne e fotti!

IL POLITICO PIÙ LAICO DI TUTTI. OBBEDIENZA A CONVENIENZA

Se guardate alla vita pubblica di Moro, noterete presto che è il politico in assoluto più laico di tutti, non solo dei democristiani. Quando ha ricevuto ingiunzioni dal Vaticano a non praticare una determinata strada politica, incompatibile con l’essere cattolici in politica e, in prospettiva, deviante per la fede, Moro, se riteneva di ricavarne vantaggi pratici, proseguiva invece per la via intrapresa. Come il centro-sinistra, che varò e guidò contro i fulmini di mezzo mondo cattolico. Prospettando di rendere finalmente possibile l’alternarsi al governo coi comunisti, imperterrito iniziò al stessa operazione, sfidando il Vaticano e la dottrina sociale della Chiesa, che è vincolante per ogni cattolico. In situazioni simili, egli se ha ritenuto di averne i voti e di non perderne, ha in tutta tranquillità disobbedito, sentendosi la coscienza a posto. La questione “laicità” e “autonomia del cattolico” in politica, la vedeva in questi termini: siamo al “cattolico adulto” di prodiana memoria, sebbene qui ha ancora i brufoli. Emblematico l’episodio della riunione in Piazza del Gesù per evitare il referendum sul divorzio e modificare in senso restrittivo la legge che lo liberalizzava, arrivando in tal senso a un compromesso coi comunisti, che a tal proposito, del resto, erano d’accordo, essendo nel fondo, in certe cose, più conservatori dei democristiani. Arrivò Fanfani con un biglietto autografo di Paolo VI che diceva “si vada al referendum!”. Era una pazzia, si sarebbe perso sicuro, mentre invece si potevano limitare i danni trovando un accordo coi comunisti. Rumor, presente, si ribella al papa, grida furibondo “è una follia! Se andiamo al referendum saremo distrutti!”. Interviene Moro a calmarlo: “Mariano, ma a noi chi ce li dà i voti?”. Glieli davano in teoria il Vaticano, i preti, i cattolici. “I voti”, ancora una volta. Strano però che lo stesso patema non gli venne al momento di varare il centrosinistra, nonostante pure allora i “voti” glieli desse il Vaticano. Semplicemente la questione del divorzio, ai suoi fini politici, elettorali e di potenza, era indifferente, anzi, reputava dannoso andarsi a impelagare. Meglio lasciare ogni responsabilità al Vaticano. E al povero Fanfani, lasciato solo dal “partito cattolico” a combattere contro il divorzio: Moro non spese una sola parola che non fosse di circostanza, in quella circostanza. Non gli interessava. Non gli conveniva. Era laico dentro. E fuori.

DEMOCRISTIANO PER CASO: VOLEVA CANDIDARSI PER I SOCIALISTI

Guardando ancora alla sua carriera politica, noterete che mai parlò, non in pubblico, di cose che riguardassero il cattolicesimo, la fede, nemmeno la sua. E il suo primo biografo (e primo biografo di Scelba), il vecchissimo Corrado Pizzinelli, che andai a trovare qualche anno fa nella sua casa a Fontana di Trevi, mi ripetè una cosa che già aveva scritto nel suo libro edito negli anni ’60 sul giovane Moro, pure questa indicativa della sua profonda laicità: “I suoi più cari amici, affermano tutti concordemente che mai parlava dei suoi problemi religiosi, di Dio”. La verità è che Moro fu democristiano per caso, perchè calcolò sarebbe stato provvido (per usare una parola cara ai dorotei) aderire alla DC e scendere in politica con questa, da Bari dov’era, piuttosto, come pure aveva intenzione di fare, con i socialisti. Avete capito bene: prima delle elezioni per la Costituente era incerto se optare per la Dc o per il Psi, che allora, badate bene, era rigidamente marxista, aveva la falce e martello, ed era completamente schierato con l’Urss e con Stalin, e Nenni (con quella sua infallibile idiozia politica che fu la sua più fedele compagna, sino alla fine) ne era il massimo patetico cantore, completamente orbo e disastroso com’era politicamente: Saragat fu costretto a fare la famosa scissione per poter stare dalla parte dell’Occidente, stante i deliranti entusiasmi orientali del compagno faentino. Allora ti spieghi perchè è proprio questo laicissimo socialista mancato – che certamente sarebbe diventato capo del Psi lo avesse scelto – perchè è Moro ad essere l’ideologo, il mallevadore e il duce del governo insieme ai socialisti… perchè sarà proprio lui il padre-padrone del primo centrosinistra nonostante il parere della Chiesa, a prescindere da questa. Perchè sarà più tardi l’inventore del governo di unità nazionale col Pci. E perchè era sempre colui che aveva meditato l’alternanza con i comunisti al governo (la qual cosa morì con Moro… e c’è da interrogarsi se questo non sia stato un “segno”). Il vizio ce l’aveva già dalle origini.

LO STATO COME UNA PROPRIETÀ PRIVATA

Giorgio Bocca lo leggevo all’inizio della mia carriera di lettore: quando ancora era razzista e trombone, ma non ancora rincoglionito e ugualmente trombone. Lo leggevo con l’ingenuità degli adolescenti, è chiaro, credendolo – essendo il mio primo “scrittore” – un oracolo; che poi, specialmente alla fine della sua vita, nell’estrema vecchiezza, quando si perdono i freni inibitori, si rivelerà per quello che era sempre stato: uno sprezzante nevrotico, più di altri trombone, e più d’altri recalcitrante a ogni verità storica anche quanto era diventata lapalissiana, se al Giorgio quella “verità”, quell’evidenza andava di traverso. Ebbene, per un mio compleanno, su mia insistenza, avrò avuto 13 anni, mi regalarono l’ultimo successo di Bocca, il più grande forse: L’Inferno, un’inchiesta sul Sud alla maniera sua, di un razzismo e un pregiudizio antimeridionali, che prima ancora d’essere tutto piemonte e antropologico, era molto più da crasso pregustatore di ottimi vini. E pensare che io avevo voluto quel libro (santa ingenuità infantile!) perchè pensavo parlasse del diavolo [senza contare che i miei si preoccuparono: un pischello che domanda un libro?… bah… non s’era mai visto in casa… né sentito in tutto il paese… Fosse malato? Magari è gay? Strano è strano ‘sto ragazzino… Bocca poi!]. Quando aprii a caso, fui saturo di amarezza: parlava di tutt’altro (o quasi) che del diavolo. Però lessi, per caso, queste cose su Moro in questo libro che, malgrado tutto, mi segnerà per tutta la mia vita: “Poi c’è la Bari dei notabili, di Moro e di Lattanzio. La differenza fra i due era questa, che Lattanzio nella merda di Bari ci stava felice e contento, inaugurava lapidi, partecipava a raduni, faceva affari (…) e non chiedeva di più alla vita che fare un comizio ad Altamura e poi mangiare con gli amici un piatto di panzarotti. Moro invece era triste e morigerato. Lui la vedeva la merda e sapeva che su essa galleggiava la sua delega parlamentare e ministeriale, ma era come se non la vedesse: arrivava qui da Roma, andava a porgere omaggio ai carmelitani, faceva i suoi comizi anche dopo che era scaduto il termine e se i rossi protestavano la Celere li legnava. Intanto il fedele Lattanzio lo aspettava all’aeroporto e si tardava a partire con l’aereo di linea di mezzora perchè il segretario di Moro era andato a Taranto a salutare la madre. Questa prona disposizione dello stato alla sua persona, Aldo Moro la considerava un dovuto omaggio. Ricordava l’avvocato Pasquale Calvario: “Un giorno nell’università si parlava di uno scandalo romano e gli chiesi come mai anche nella Democrazia cristiana c’era corruzione. Da quel momento mi tolse il saluto”. Quando ci fu il colera e La Gazzetta del Mezzogiorno si decise ad essere un giornale che dava le notizie, Moro arrivò in visita alla redazione, volle vedere le rotative, le spedizioni. L’amministrazione come se fossero una sua proprietà e prima di accomiatarsi mormorava al direttore: “Me l’avete ridotta proprio una fogna questa Bari”. Attenti a questa frase del Bocca: “Questa prona disposizione dello stato alla sua persona. Aldo Moro la considerava un dovuto omaggio”.

LA SOLA VOLTA NELLA CARRIERA CHE MORO MOSSE DI FRETTA IL CULO, FU PER CACCIARE UN MAGISTRATO. A NATALE

Fra i tanti libri che ho su Moro, alcuni di questi non sono agiografie. Sono prudentemente critici: si sa, non si sollevano impunemente gli occhi a una dea… specie se è morta ammazzata. Fra questi ce ne sta uno particolarmente prezioso, stimolante. La prima vera biografia critica di Moro. Scritta coraggiosamente nei primi anni ’80 quando, ancora caldo il cadavere, Moro era al vertice dell’empireo di cartapesta degli intoccabili, dei semidei semidivinizzati a furor di opinion-maker e retori del giorno dopo. L’autore è un valoroso giornalista di parte ma di razza: Italo Pietra, il glorioso direttore del Il Giorno degli anni d’oro, un socialista. Il titolo del libro è ‘na figata: Moro: fu vera gloria?. Il sottotitolo è pure meglio: Sa e non fa. Ha il senso della storia, non quello dello Stato né quello delle cifre”. Epigrafe perfetta. Ebbene, piglio ‘sto libro letto negli anni universitari e che mi lasciò un ricordo sgradevolissimo di un Moro insopportabile, e lo apro a caso, e a caso leggo un paragrafo. Dove si parla del discutibilissimo capo della segreteria politica e tuttofare di Moro: Sereno Freato, un avventuriero, un imbroglione, un avanzo di galera. Che più volte rischiò di inguiare lo stesso Moro, che dal canto suo se ne guardò bene dal cacciarlo: gli serviva. Ebbene, dopo che ne aveva combinate di tutti i colori questo Freato, incappa nelle attenzioni -oltre che di tutte le polizie nazionali e internazionali- della magistratura. Ma è un altra faccenda che mi colpisce. Leggo dal libro: “Salvatore Giallombardo, che indelicatamente turba un’ora del Natale 1955 di Moro, è un magistrato siciliano dalla testa troppo dura (…) Si faceva scrupolo di non guardare in faccia a nessuno. Prediligeva le pagine di Guicciardini, ma non gli andava giù l’esortazione a tenersi bene coi potenti”. Alla procura di Roma, dove è pm, incappa in un grosso e losco affare di imprese fittizie, capitali in fuga, protezioni eminenti… insomma, il solito mangime dei potenti. Dove questo pm ha l’imprudenza di volerci mettere la lente. L’avesse mai fatto. Viene immediatamente trasferito a Venezia. Casca dalle nuove, implora il csm di bloccare il trasferimento, in lacrime si reca dal guardasigilli De Pietro perchè intervenga per una tregua “almeno fino alla catastrofe imminente”, e cioè a dopo la morte della moglie ormai agonizzante per un cancro, chè a pure dei figli piccoli. Il ministro tace, nessuna pietà, il trasferimento avviene. Morta la moglie, una campagna di stampa fa si che venga richiamato a Roma, a riprendere il processo dal quale era stato allontanato. La sua requisitoria è durissima, dura 15 giorni, chiede 62 condanne, che coinvolgono anche le partecipazioni statali. I superiori lo richiamano in servizio a Roma. Riprende casa, riporta i figli… ma subito dopo arriva un’ordinanza di Moro nuovo guardasigilli: lo destina a Ravenna, a debita distanza. Il magistrato così sbatutto, scrive una lettera di rimostranze a Moro. “Passano giorni e giorni di silenzio. Il 25 dicembre 1955 “l’Avanti” pubblica la lettera di Giallombardo. Moro è notoriamente uomo dai tempi lunghi e ha un vero e proprio culto per il Natale, per quell’atmosfera di pace e di buona volontà tra gli echi delle zampogne, delle campane, degli inni sacri. Usa dedicare ore e ore alla preparazione del presepio; nella notte del 24 dicembre pone personalmente Gesù nella mangiatoia. Ebbene alcune ore del Natale 1955 sono diverse dal solito; di punto in bianco, Moro non sembra più quello. A dispetto dell’eccezionale clima festivo e dalla caratteristica inclinazione al rinvio, si mette in moto con grande determinazione (…) Il baleno del giorno di santo Stefano tiene dietro al fulmine del giorno di Natale. L’Ansa dà notizia dei provvedimenti disciplinari proposti dal ministro a carico del magistrato, il quale è ben presto raggiunto da censura (…) Uno degli interventi più severi e più risoluti della carriera governativa di Moro è fatto nel giorno di Natale, e nei confronti di Giallombardo (…) Ma pensate un po’, è quella la pecora nera nel bianco gregge del buongoverno DC”.

LO STATO ERA LUI

“Come un bene privato trattava lo stato”, così parlò Bocca. E aveva, almeno in questo caso, ragione. Così sarà durante il sequestro: egli si sente l’unico legittimo intestatario dell’autorità, la fonte primaria del diritto stesso, il custode della profezia, il dispensato speciale dalla ragion di stato, il titolare della salvazione della patria nonché della politica; perchè diritto patria potere e politica, va da sé la profezia, la ragion di stato, tutte queste belle cose, le identificava con la sua stessa persona: l’etat c’est moi! E con questa psicologia Moro si comporta durante la sua prigionia. Frigna, protesta, minaccia, quasi ricatta, condanna: tutto pur di essere liberato e… andasse anche a morire ammazzato tutto il resto. Non esattamente l’eroe civile e politico che ci hanno dato a credere le trombe mediatiche democristiane e no. Anche per purificarsi dal senso di colpa feroce dell’unica volta che si erano comportati con senso dello Stato, che poi era purissimo realismo politico: scegliendo fra un politico e lo Stato tutto, scelsero di salvare lo Stato.

PRIGIONIERO, PER LA PRIMA VOLTA PARLA CHIARO. E TUTTI CAPISCONO FINALMENTE CHE DICE: COSE PENOSE

Ho scolpite in mente le immagini di un summit internazionale fra ministri degli esteri, e Moro lo era. In questi contesti nessuno poteva soffrirlo, temendo come la morte il suo prendere la parola: non solo per la perdita di tempo stante l’irrilevanza politica dell’Italia, ma per le cose bizantine e contorte che il Moro sciorinava per ore, senza che nessuno ne capisse niente, e chi lo capiva capiva che niente aveva in effetti detto… mosaici di fumo… macerando di noia mortale i colleghi. Ebbene, in uno di questi summit, dopo che Moro da mezzora stava anestetizzando i suoi pari con “ragionamenti” leziosi e inutili, uno che contava, il sanguigno Kissinger lì presente, platealmente si strappò dalle orecchie le cuffie della traduzione simultanea e le scaraventò sul tavolo. Come dire: all’estero avevano capito da un pezzo che questo era uomo dalla testa fra le nuvole, vivente nel mondo a parte degli ideologi fumosi all’italiana, teologi dell’astrattismo, che vivono imbambolati in una dimensione atemporale, che hanno il gusto del bizantino, cioè dell’inutile, del secondario, del dettaglio. Avendo in sommo disgusto ogni praticità, la preziosità del tempo che perciò dilapidavano, la realtà nel suo complesso… così umana, così vera… così plebea e satura di passioni e bisogni da comuni mortali invece che da iniziati al nulla cosmico. Moro durante la prigionia è la prima volta in vita sua che parla in modo comprensibile. E in quella prima volta che lo fa, in cui tutti capiscono che dice, è un uomo che fa pena. E penose sono le cose che dice: finalmente nude e crude, decriptate, tali si dimostrano. E fa indignare e accapponare la pelle, per la sua totale mancanza di senso di responsabilità, della collettività e dello stato. Un egotismo e un egoismo senza pari nella storia d’Italia e del mondo stesso, almeno per uomini tanto importanti caduti in simili sventure. Quantomeno il re Vittorio Emanuele III scappando a Brindisi durante l’occupazione tedesca della Capitale, cercava di salvare le insegne dello stato trasferendole altrove. Moro pretese che le insegne dello stato venissero trasferite nel suo tugurio e lì lasciate dare pubblicamente alle fiamme dagli stessi terroristi. Per cosa? Per se stesso, per la sua pelle, e magari per la sua “famiglia”, ché pure lui, da italiano quasi come gli altri, infine, “teneva famiglia”. E fu la sola e unica volta che pubblicamente se ne ricordò e lo ammise, mentre gli italiani sin lì erano stati quasi convinti del contrario; perchè sin poco prima, a piede libero, si era sempre considerato, da sommo sacerdote del potere, dentro la politica, “vedovo e senza prole”, e così lo vedeva pure la stessa moglie. E gli italiani. Se ne ricordò e lo ricordò a tutti che invece aveva moglie e prole, solo giunto al capolinea: ancora una volta quando gli era (ed è umanamente comprensibile) utile. Utile in questo caso ad avere un’ulteriore arma di ricatto morale verso quello stato che come aveva detto Bocca, vedeva in “prona disposizione alla sua persona” come un “dovuto omaggio”. E che perciò, per lesa maestà, ormai disilluso, senza remora alcuna ora trascinava nello scorno, nella vergogna, nell’oltraggio. Si era reso conto che, superato un certo limite, quello stesso Stato, che aveva creduto essere solo e solamente lui, non era disposto ad essergli “prono” sino a tal punto. Non al punto da suicidarsi e consegnare le insegne della nazione nelle mani invitte e insanguinate dei brigatisti. Come Moro, certamente sconvolto, va detto, avrebbe desiderato.

E MASSIMO FINI OSÒ L’INOSABILE: ESSERE IL BAMBINO CHE GRIDA “IL RE È NUDO”

“Un collega [Fini] che ci permette di respirare un’aria depurata dall’ipocrisia, dalla banalità, dall’ossequio ai nuovi feticci che rischiano di inquinare anche parte del mondo cattolico. E proprio a questo nostro mondo mondo, Fini rivolge una provocazione particolarmente bruciante. Se davvero, dice, i cristiani non hanno paura della verità, dovrebbero avere il coraggio di affrontare una buona volta la domanda Aldo Moro: statista insigne o pover’uomo? E prosegue poi: peccato poi che Moro abbia scritto le lettere che ha scritto, che sono ciò che di più triste e miserevole un prigioniero politico abbia mai inviato dal fondo della sua prigione. Ma i giornali stettero zitti, tutti, pur di fronte all’evidenza. [Dopo questo articolo] il direttore de Il Giorno di allora gli sospese per quattro mesi la rubrica, con la motivazione che ciò che Fini aveva scritto era vero, ma non si poteva scrivere. Adesso, cocciuto, ritorna alla carica. Rilanciando la rischiosa sfida confida almeno nel superstite amore dei cattolici per la verità, nel rifiuto evangelico del fariseismo, dell’ipocrisia. Oltretutto, ricorda, i credenti sono qui particolarmente coinvolti: la vittima essendo infatti un cattolico da comunione quotidiana e il papa stesso essendo intervenuto a suo favore, con quella sconcertante ‘Lettera agli uomini della Brigate Rosse’, dove, ‘in ginocchio’, chiedeva la liberazione di ‘un uomo buono e giusto’. Riconosciuto che Moro scrive nelle condizioni più terribili, il giornalista prosegue: Ma è proprio in quelle condizioni limite che si vede quanto vale un uomo, quanto profondo sia ciò in cui crede e a cui ha chiesto, e spesso imposto, agli altri di credere. Invece, nelle sue lettere, Moro, a cui per trent’anni è stata attribuita fama di statista insigne, sconfessa tutti i principi dello Stato di diritto, sembra considerare lo Stato e i suoi organismi un proprio patrimonio privato, invita gli amici del suo partito a i principali rappresentanti della Repubblica a fare altrettanto, chiede pietà per sé, ma non ha una parola per gli uomini assassinati della sua scorta. Si dirà che Moro fa questo per avere salva la vita e che a nessuno può essere chiesto di essere un eroe, di conservare anche in pericolo di vita coerenza e dignità. Ma, allora, si fa un mestiere diverso da quello che Moro ha fatto per tanti anni, non si pretende di guidare la vita di sessanta milioni di persone, non si chiede loro di rispettare le leggi che tu stesso hai fatto e, magari, di sacrificare anche la vita per il rispetto di quelle leggi. Come si vede, il problema che Fini ci pone è drammatico. Eppure, insiste, non si può da tanti anni far finta di niente, intitolare a quel nome vie, monumenti, scuole. Ai cattolici, poi, Fini chiede che il coraggio della verità evangelica si manifesti affidando la memoria dell’ucciso -nel suffragio- al Dio che solo può giudicare; ma anche non cooperando a proporre come esempio ciò che tale non gli sembra essere stato. Una triste storia, questa di Moro, che, a suo avviso, umilia il coraggio degli umili che seppero morire con ben altra coerenza e dignità”.

“O LO STATO O LA MIA VITA”. NON EBBE DUBBI: LA SUA VITA. EPPURE TANTO AVEVA AVUTO DALLO STATO…

Da dentro la prigione “del popolo”, dunque, Moro piagnucola, minaccia, maledice, accusa, ricatta, invia centinaia di lettere in tutte le direzioni, e che per la metà tutti vedevano per quello che effettivamente erano: vergognose. Ma che solo la prudenza politica, la carità cristiana, l’umana comprensione, spinsero lettori e vittime delle missive ad avere la signorilità di far finta di non accorgersi della loro miseria politica se non umana, del degrado etico che ne esalava, del loro essere uno svergognamento più per lui che non per loro. “Massì”, disse uno stremato Fanfani, “sia quel che sia, trattiamo, facciamolo liberare, costi quel che costi, tanto Moro, dopo tutto quello che ha scritto è un cadavere politico, è finito: non barattiamo lo stato, perchè qui non è questione di salvare uno statista, ma un pover’uomo finito politicamente, un già cadavere politico…”. E fu un moto sincero, quello del ruspante nano aretino, che tradiva quel che tutti pensavano senza osar dire: Moro stava comportandosi da irresponsabile, era un cadavere politico che voleva trascinarsi nella tomba lo Stato. Basta leggere le lettere. Moro invita lo stato a una resa a una capitolazione senza condizioni e senza senso, assurda; a trattare con le br, a liberare brigatisti e assassini, a un suicidio di massa di un intero sistema con classe dirigente annessa, a una sconfitta politica senza eguali e quindi a una vittoria senza eguali, seguita da riconoscimento politico, di una banda di pazzi sadici e sanguinari e per giunta terroristi. Non si fa minimo scrupolo a infangare in modo osceno gli amici, che per una volta in vita loro stanno facendo il loro dovere e stanno comportandosi da statisti pur rodendosi il fegato e inghiottendo lacrime amare… e tutto questo, in nome della sua liberazione. Non si ricorda – lo dicevo poco su – nella storia un uomo di stato che in situazioni tanto estreme si sia comportato in modo tanto vergognoso, inadeguato, da coniglio mannaro, e tutto sommato anarchico… semmai ci fu caso di individualismo più esasperato e portato alle estreme conseguenze fu proprio il suo. O lo Stato o la mia vita: non aveva avuto dubbi: la sua vita. Eppure da quello Stato in vita sua aveva avuto tantissimo, tutto, in gloria e potenza, e pochissimo gli aveva sempre reso in cambio, niente quasi… ma tant’è! E non riusciva proprio a capire perchè i suoi colleghi e amici la pensassero diversamente… dovevano pensarla così, non v’era scelta: sulla bilancia il piatto “Stato” pesava 60 milioni di volte più del piatto “Moro”. Anche se ebbero sempre il buon cuore e la signorilità di non farlo notare mai di che cosa veramente pensassero, che poi era una constatazione, dell’atteggiamento inqualificabile di Moro. Si lasciarono sfuggire qualcosa, ma adoperando un linguaggio obliquo: “Fosse la sindrome di Stoccolma?”, “ma possibile che Moro dica davvero quelle cose?!”, “capace lo abbiano obbligato a scriverle”, “forse sono lettere false”. Increduli, stupefatti, disorientati dicevano – per trovare coraggio in quei momenti terrificanti che prigioniero e famiglia non facevano che aggravare – “ma forse non è davvero Moro”. Cercavano di convincersene. E si sbagliavano alla grande, perchè quello era un Moro purissimo, era proprio lui allo stato naturale, senza più indosso i paramenti del gran chierico di Stato. Che diceva stavolta in maniera diretta e persino divulgativa quanto prima sosteneva in modo articolato e fumoso fra le righe. Anarchia e potere; immobilismo ed egocentrismo: lo Stato era lui, e lo Stato era “prono” a lui. Lo Stato era soltanto, per come egli l’aveva sempre vista, il riverbero, pallido e innocuo, della sua ombra giganteggiante nelle nebbie plumbee della notte della repubblica.

E ANCHE PAOLO VI TRATTÒ LA CHIESA COME UN BENE PRIVATO. “PRONO” A MORO

E dulcis in fundo, a coronamento di questa vicenda orribile, persino il suo omologo religioso, Montini, tratta la Chiesa come un bene privato; così come lo Stato fin lì, pure questa “prona” alla persona di Moro “come un dovuto omaggio”; e, infine, con un unicum nella storia papale, come un’agenzia di pompe funebri per “l’amico Moro”, a sua disposizione sino in fondo, oltre la morte. E non è finita. Paolo addirittura interpella e “rimprovera” Dio, per non aver “esaudito” la sua supplica. Proprio come Moro aveva interpellato e “rimproverato” (e qualcosa di più e peggio: infangato e ricattato) la classe politica, i suoi stessi amici, lo Stato tutto affinchè “esaudisse” la sua “supplica” per salvare un “uomo giusto, buono, onesto, amico”. Ossia se stesso. Non solo non è un santo, ma neppure un eroe. E, Dio mi perdoni, nemmanco un uomo semplicemente coraggioso. Forse era solo e solamente un uomo, che pretendeva di non essere trattato come tutti gli altri uomini le cui comuni leggi per lui soltanto dovevano non valere, sebbene le avesse firmate e insegnate egli stesso. Sì, era davvero un uomo. Comune, come tutti, con le sue miserie, egoismi, debolezze, paure: un uomo senza qualità. Un pover’uomo. Soltanto che nessuno se ne era accorto prima. Neppure lui.

Un pensiero riguardo “Moro:fu vera gloria? No,una vergogna! Parte2:L’ultimo sospiro del Moro (il peggiore)

  1. Attendo con ansia un articolo su asS. Ciro Cirillo. E sull’azione dei soliti Grandi Statisti, che pagando miliardi di lire a Cutolo e alle BR di Senzani lo recuperarono illeso alla Patria.

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