Così diversi quei preti del Concilio

Franco Garelli ci informava qualche giorno fa da sociologo, sul Bollettino Salesiano in uscita a marzo, dei molti perché del calo delle vocazioni sacerdotali e religiose in Italia. “Nel rispondere a questa domanda, la gente non individua un fattore prevalente, ma chiama in causa una serie di ragioni concomitanti. Tra queste, due spiccano con maggior evidenza: il «non potersi sposare e avere figli» (sottolineata dal 34,6% dei casi) e il dover «rinunciare a troppe cose» (32,8%). L’etichetta della rinuncia è dunque fortemente appiccicata alla condizione del prete o alla vocazione religiosa, sia per la norma della chiesa di Roma che prevede il celibato del clero, sia per il minor grado di libertà e di autonomia in genere attribuito a chi compie questa scelta di vita. L’idea di sacrificare una parte vitale di se stessi – vuoi rinunciando a un legame affettivo, a una vita di coppia, all’esperienza della paternità, vuoi limitandosi nelle proprie possibilità espressive – risulta assai ostica alla sensibilità attuale, che mira a un modello di realizzazione vario e articolato, orientato a non precludersi opportunità in tutti i campi dell’esistenza”.

Così diversi quei preti del Concilio

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