L’etica di Küng, sedicente cattolico

Chi contesta deliberatamente e reiteratamente il Magistero, non può continuare a definirsi cattolico, come fa invece il teologo svizzero.

di Giacomo Samek Lodovici, da La Bussola Quotidiana (31/01/2012) 

Sabato 28 gennaio 2012 Hans Küng è stato insignito a Udine di un riconoscimento, il Premio Nonino. Non disponiamo di una trascrizione completa delle sue parole, perciò ci basiamo sul resoconto entusiastico fatto da Repubblica il 30 gennaio 2012.

Cominciamo da una questione secondaria. Küng è stato presentato al pubblico come un teologo cattolico. Ora, però, questo studioso svizzero, ordinato sacerdote nel 1954, da diversi decenni contesta apertamente il Magistero della Chiesa (e probabilmente deve buona parte della sua notorietà proprio a questo fatto) circa aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, sacerdozio delle donne, infallibilità del Papa, culto di Maria, ecc. Dal 1979, sotto il pontificato di Papa Giovanni Paolo II, gli è stata revocata l’autorizzazione all’insegnamento della teologia, materia che ha iniziato ad insegnare a Tubinga nel 1960 e che ha nondimeno continuato a insegnare anche dopo la revoca. Negli anni ’70 era decisamente un teologo à la page; ormai, pur avendo ancora alcuni incarichi prestigiosi, il suo astro è tramontato, anche inevitabilmente data l’anzianità (84 anni ad aprile), e la sua figura viene rilanciata ogni tanto dai grandi giornali.

Ora, chi può essere considerato cattolico? La risposta dovrebbe essere molto articolata, ma almeno questo va detto: i cristiani cattolici si distinguono dai cristiani protestanti perché riconoscono un Magistero. Anche per il Devoto Oli (un dizionario non certo editato dal Vaticano), «cattolico» significa «attributo della Chiesa apostolica romana» e «conforme alla sua dottrina religiosa, nonché ai suoi insegnamenti».

Se si toglie il Magistero e se l’interpretazione ufficiale e definitiva (non già quella provvisoria) della Rivelazione e della Tradizione sono affidate a ciascun singolo fedele, resta ben poco a distinguere i cattolici dalle decine (anzi, qualcuno ne ha contate centinaia) di confessioni protestanti.

Dunque, chi deliberatamente (e non già inconsapevolmente) e reiteratamente contesta il Magistero può legittimamente dichiararsi credente in Cristo (credente nella sua esistenza perlomeno), ma come può a buon diritto essere considerato cattolico?

Non sarà che dichiararsi cattolici fa comodo per essere intervistati da quei media che si premurano continuamente di trovare e dar risalto a chi contesta la Chiesa, in modo dar dare continuamente l’idea di un cattolicesimo spaccato e ribelle al Papa? 

Il caso di Küng, per certi versi, è simile a quello di Mancuso (su cui cfr. gli articoli su BQ di Antonio Livi e Cristiano Cannizzaro) che si autodefinisce cattolico e anche per questo viene spesso cercato dai media: per attaccare la Chiesa chi si definisce interno ad essa è molto efficace.

Tralasciando questo aspetto secondario, veniamo alle affermazione udinesi di Küng, perlomeno come sono state riportate da Repubblica.

Per Küng l’etica non è una questione così complicata, «bastano due principi, ovvero trattare umanamente tutti gli esseri umani e non fare agli altri ciò che non si vorrebbe fosse fatto a sé, più i quattro comandamenti alla base di tutte le tradizioni religiose: non uccidere, non mentire, non rubare, non abusare sessualmente».

Ora, non c’è dubbio che questi principi siano fondamentali, ma siamo sicuri che siano sufficienti? In realtà, anche solo per individuare il bene con la ragione, non basta essere solo provvisti di norme-regole, e bisogna invece aver acquisito la virtù della saggezza o phronesis, perché le norme sono solo indicazioni generali che, non di rado, non possono da sole orientare la nostra ragione nella multiformità delle situazioni: sono come una mappa geografica che riporta solo l’indicazione di alcune località.

Ad esempio, talora la ragione deve dirimere i conflitti tra norme che confliggono tra di loro (come nell’esempio, fatto da Sartre, dove uno studente francese deve decidere se rispettare il dovere di assistere la propria madre anziana o il dovere di servire la propria patria, che è occupata dai nazisti).

Inoltre, la ragione deve percepire i particolari salienti di una situazione, deve (per stare ad uno dei principi di Küng) capire in una situazione concreta che cosa significhi «trattare qualcuno in modo umano».  Una norma, una regola che dica «fai attenzione a tutti i particolari salienti della situazione» non ci consente affatto di notarli tutti, né ci indica come individuarli.

Ci sono molte altre attività che la ragione deve compiere a causa dell’insufficienza delle norme (devo rimandare a G. Samek Lodovici, L’emozione del bene, Vita e Pensiero 2010, pp. 181-196), ma almeno una ancora va menzionata: per applicare le norme è necessaria la capacità di individuare quali atti ricadano sotto di esse, bisogna saper identificare le azioni, e quest’attività è molto difficile.

Ad esempio, da un lato Küng dice che non bisogna uccidere, dall’altro è favorevole, in certi casi, all’eutanasia. Qui, delle due l’una: o per Küng il divieto di uccidere non è assoluto, oppure per lui in certi casi l’eutanasia non è l’uccisione di un uomo. In questo secondo caso, il problema è quello di saper identificare l’azione che si compie e questo nessuna delle regole da lui enunciate può farlo. E se un aereo è stato dirottato e punta diritto su un grattacielo abbattere l’aereo (prima che colpisca il suo bersaglio) su cui viaggiano decine di persone innocenti è un omicidio oppure no? Gli esempi si potrebbero moltiplicare…

Certo, nei suoi libri Küng fa discorsi più complessi; ma, se è solo questo il discorso che ha fatto a Udine, egli ha lasciato ai suoi ascoltatori una teoria erronea. Inoltre, nella città dove è morta Eluana Englaro (e dove, secondo Repubblica, le sue parole «sono suonate alte») Küng ha detto: «l’uomo ha la responsabilità di sé fino alla fine», il che è verissimo. Ha poi aggiunto: «sono obbligato ad aspettare di diventare demente? Io non lo credo. Non è una posizione atea perché credo in Dio e nella vita eterna. Do la mia vita a Dio e chiedo di prendere congedo in modo degno».

Ora, non possiamo qui argomentare in modo laico l’intrinseca malvagità (fatte salve le molte attenuanti soggettive quando matura in casi di grave sofferenza) dell’eutanasia, anche di quella a richiesta, che è un omicidio del consenziente. Né possiamo qui riflettere su che cosa significhi dignità umana.

Ma almeno due brevissime riflessioni si impongono.

Intanto, se Küng chiedesse l’eutanasia, cioè (ribadiamolo) l’omicidio del consenziente, non sarebbe lui a «dare a Dio la vita», bensì chi lo ucciderebbe.

Inoltre, visto che Küng è credente, come concilia la tesi della legittimità dell’omicidio del consenziente con Giobbe 12,10, cioè con l’affermazione «Egli [Dio], ha in mano l’anima di ogni vivente e il soffio di ogni carne umana»?  

Sulla scorta di considerazioni non molto dissimili già Pitagora, Platone e Cicerone, prima del cristianesimo, dicevano (grosso modo) che noi non abbiamo la nostra vita in proprietà, bensì in usufrutto.

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